Antonio Albanese: promosso in italiano, rimandato in wolof


di Luca Ndiaye

Il film Contromano di Antonio Albanese affronta in modo personale il tema scottante delle migrazioni. Lo fa in modo obiettivamente coraggioso, perché mette in scena senza timore le pulsioni razziste di un bottegaio milanese che, infastidito dalla presenza di stranieri in Italia, finisce per rapirne uno e convincerlo a ritornare nel paese da dove era venuto, il Senegal.

Quel che ci è piaciuto di più, senza dubbio, è Antonio Albanese stesso, molto convincente nel mettere in scena il personaggio di Mario Cavallaro, un commerciante di calzini, prototipo dell’italiano triste, disilluso, refrattario a ogni cambiamento, prigioniero di una solitudine autoimposta. Non sopporta gli immigrati, perché in generale non tollera ciò che è imprevisto e pretende che nulla cambi nella sua vita, neppure il cappuccino che si fa servire ogni giorno nel solito bar da quando è nato. È insomma la figura per antonomasia dell’inetto, di sicuro non cattivo, sofferente a livello psichico, già descritto da Albanese in modo così commovente  nel suo precedente Uomo d’acqua dolce, o nel bellissimo La seconda notte di nozze con la regia di Pupi Avati. Ma in questo caso il protagonista Mario Cavallaro è anche, a suo modo, un uomo d’azione fanfarone e un poco “disturbato”, alla maniera, in parte, del politico  impresentabile protagonista di Qualunquemente.

Fin qui tutto bene, dicevamo, la descrizione del razzista ossessivo e incapace di immaginazione, con il suo gusto agrodolce, è la parte migliore e più riuscita del film. Quello che proprio non va è la seconda parte, quella in cui l’ambientazione grigio-brianzola si trasforma in un road-movie in tinta africana. Quella che avrebbe potuto essere, per l’originalità dello spunto, la parte forte del film, il diario di un retour au pays natal si lascia invece apprezzare per la sgangherata approssimazione dell’ambientazione, della psicologia, dello sviluppo narrativo.

Tralasciamo per carità di patria di soffermarci sui due giovani “senegalesi”, bravissimi come interpreti (Alex Fondja e Aude Legastelois, alla loro prima esperienza cinematografica importante), ma costretti chissà perché ad esprimersi in un francese dall’accento quasi parigino, anziché in wolof. Ma il “passaggio in Africa” è insopportabilmente artefatto, lontano com’è da una anche minima credibilità saheliana. Inevitabilmente ridicolo è il confronto con quelli che vengono presentati come “i gradi spazi africani” e che invece in modo evidente sono delle campagne dell’agro pontino (o forse nella periferia di Tangeri, comunque in un paesaggio inequivocabilmente mediterraneo). Per tacere poi della scena del matrimonio, che voleva forse rendere omaggio alla vitalità africana (eh già… perché gli africani amano ballare, non è vero?) , ma che si risolve invece in una rappresentazione monotona, involontariamente malinconica, in un trash scontato di bonghi e abiti colorati, che fa tanto “poveri ma dignitosi”. Infine la caduta che più tutte si poteva evitare, quella in cui il protagonista offre il suo patrimonio di conoscenza agli autoctoni, aiutandoli a sortire da una condizione di atavica arretratezza; ma si badi bene che l’apporto consulenziale non viene offerto da Albanese nell’ambito della propria competenza professionale (cioè la manifattura e la commercializzazione di calze e pedalini),  ma in quello del proprio passatempo, cioè la coltivazione di piante, hobby a cui si dedicava nel proprio terrazzo al centro di Milano. Implicita l’idea che l’Africa sia ancora una volta il luogo in cui proiettare i sogni, se non addirittura gli svaghi, degli occidentali, piuttosto che quello in cui avviare  relazioni paritetiche basate sulla conoscenza.

Non ci vuole un africanista o un esperto di Senegal per smascherare le debolezze di una ricostruzione ambientale così sciatta e superficiale. È un peccato che gli autori del film non abbiano studiato con più attenzione né la dinamica delle migrazioni, né tanto meno delle migrazioni di ritorno, né il Senegal, né l’immaginario africano nel suo complesso. Quello che poteva essere un contributo per un rinnovato e necessario incontro sull’asse Nord-Sud, ci lascia invece punto e daccapo.