In cerca di fortuna a casa nostra


di Giulia Cerqueti

Sulla spiaggia di Yoff al tramonto le piroghe dei pescatori riposano a riva disegnando un tappeto variopinto sul bordo del mare, in attesa di riprendere il largo. Yoff è uno dei principali porti di pesca tradizionale del Senegal. Una municipalità dell’area metropolitana della capitale che ha superato i 90 mila abitanti. Le barche qui sono la vita: la pesca è la risorsa primaria, andare per mare una tradizione di quasi tutte le famiglie.

Papi Fall, 27 anni, osserva l’oceano. Anche lui oggi è pescatore. Dieci anni fa ha seguito la rotta di molti altri giovani della sua comunità. «Sentivo tanto parlare della Spagna e delle sue grandi opportunità». A bordo di un barcone ha raggiunto l’Europa, passando attraverso le Canarie, punto di approdo europeo per gli africani che scelgono la strada dell’Atlantico. Racconta di una vita in Spagna come venditore di Cd. «Dopo otto anni, un giorno ho chiamato mia madre e le ho detto: domani mattina alle 4 prendo il volo per Dakar. Ero stanco di perdere tempo in quel Paese». E aggiunge: «Tanti si vergognano di tornare a casa a mani vuote. Non hanno il coraggio di guardare in faccia i familiari, di essere stigmatizzati come dei perdenti dagli amici. A me tutto questo non importava. Rientrato a Dakar, due giorni dopo ero in barca a pescare». Oggi ha una moglie e due figli piccoli. L’Atlantico lo guarda da questa parte del mondo. E gli va bene così. «La famiglia è la cosa più importante. Ogni mattina alle 5 esco con la barca di mio padre. Quando si pesca abbastanza si torna a riva, altrimenti si sta in mare».

È durato solo 40 giorni, invece, il sogno europeo di Abdoulaye Kane, 50 anni, una moglie e sette figli. Anche lui era un pescatore. Un giorno è partito con altri amici dal porto di Joal. Dopo un mese in un centro di accoglienza nelle Canarie, è stato rimpatriato. «Da allora ho ripreso in mano le reti da pesca e ho dimenticato l’Europa». Non sogna più neppure Ousmane Sene, 44 anni. «Mia moglie mi diceva: parti, qui non abbiamo niente, crescere otto figli è dura». Nove anni in Spagna, tra Almeria e Galizia. Poi, tre anni fa, il ritorno. «Ho sempre pensato che, nonostante i problemi e la povertà, il Senegal fosse migliore della Spagna».

Da molti anni in Senegal la pesca è un settore gravemente in crisi. Come spiega Oumar Ngalla Diene, esperto di urbanizzazione e sviluppo ambientale, i pescatori senegalesi devono affrontare una concorrenza gigantesca: «Quella delle navi cinesi, russe e anche europee che arrivano nell’Atlantico, di fronte al Senegal, al limite delle acque internazionali, e si accaparrano gran parte delle risorse». Senza pesca qui non c’è speranza. Allora i giovani prendono la strada verso l’Europa tentando la rotta dell’Oceano al largo della Mauritania, verso il Marocco. Oumar Ngalla Diene è responsabile di Apecsy (Associazione per la promozione economica, sociale e culturale di Yoff), organizzazione comunitaria di base che lavora con le rappresentanze dei diversi quartieri. «Un tempo Yoff era un villaggio tradizionale, viveva di pesca e agricoltura, un’economia di stampo familiare. I ragazzi lasciavano la scuola e partivano in piroga. A Yoff almeno due generazioni non conoscono nient’altro che il mare. Ma il problema è che quest’attività non rende più come trent’anni fa. E chi non ha una formazione e un mestiere si ritrova senza niente. L’emigrazione illegale è una conseguenza di questa situazione di crisi e di povertà. Apecsy promuove programmi di sviluppo locale, accompagnando la formazione professionale degli abitanti e il rafforzamento delle attività dei pescatori. Ha contribuito a realizzare la cartografia dei luoghi dell’immigrazione clandestina. Lavora per la reintegrazione dei migranti di ritorno nella comunità».

«Non è la nostalgia a farci tornare a casa. Noi senegalesi siamo grandi viaggiatori, dovunque andiamo siamo abituati a convivere con i ricordi della nostra terra». Cheikh Kebe ha 51 anni ed è di Dakar. È arrivato in Italia 30 anni fa, s’è stabilito a Roma, ha trovato lavoro nel campo della sicurezza. Oggi vive con un piede in Italia e uno in Senegal. Un migrante di ritorno anche lui, ma a metà: pendolare tra i due continenti. «I senegalesi se ne vanno dall’Italia perché non c’è lavoro. Tanti emigrano già con l’idea di tornare in patria, un giorno. E rientrano anche dopo decenni trascorsi nel Paese dove hanno costruito la loro casa. Spesso portandosi dietro la famiglia che si sono creati in Italia». Nel 2012 insieme ad altri residenti senegalesi e italiani Kebe ha fondato l’Associazione Roma-Dakar. Più di un anno fa, insieme a Progetto Diritti, l’associazione ha lanciato l’Agenzia per la migrazione consapevole (MiRa), con il coordinamento di Green Cross Italia. L’Agenzia fornisce supporto ai senegalesi che vogliono tornare in patria, accompagnandoli nelle procedure burocratiche, amministrative, legali. «Il Senegal è un Paese in crescita. Il problema di chi torna è il reinserimento lavorativo. Ciascuno di noi coltiva un progetto di ritorno. La chiave è trovare i finanziamenti per realizzarlo. I programmi in Europa ci sono, noi cerchiamo di capire quali sono i fondi disponibili per sostenere nuove attività e imprese in patria e come ottenerli». Da gennaio 2018 l’agenzia ha una sede anche a Dakar, diretta da Kebe.

ll problema di base è fornire a chi torna gli strumenti per apprendere un mestiere – artigiano, manovale o altro – e avviare una piccola impresa. A spiegare è Abdoulaye Ndiaye, direttore di una piccola banca di Yoff, Mutuelle d’epargne et de credit de la zone de Yoff.

Ho viaggiato molto in Italia, a Bergamo, Parma, Firenze. Ovunque ho incontrato migranti senegalesi. Dico loro che in Europa vivono da schiavi. Quasi tutti tornerebbero a casa, ma ciò che li blocca è la mancanza di una formazione professionale che potrebbero mettere a frutto in Senegal per investire in un’attività in proprio.

Da 20 anni Ndiaye lavora per lo sviluppo sociale della sua comunità, eroga microcredito per i pescatori locali e micro-finanziamenti per acquistare le piroghe e diventare indipendenti. «Fra il 2012 e il 2014 nei borghi marinari della zona di Dakar è stato stanziato un fondo straordinario per l’acquisto di barche proprio per scoraggiare le partenze illegali e stimolare i pescatori a restare». Per chi torna c’è la prospettiva di un aiuto economico. «Tanti sono convinti di diventare ricchi in Europa», commenta ancora Papi Fall. «Quando dico che lì le cose vanno male, i miei amici mi danno del bugiardo. In Senegal non abbiamo niente, ma almeno abbiamo qualcosa da mangiare, un tetto sotto cui dormire, le persone che ci vogliono bene. Qui non siamo soli».

Articolo tratto da Famiglia Cristiana, fascicolo nr. 8 del 25 febbraio 2018