Cinque domande a Martino Ghielmi, fondatore di Vadoinafrica.com


di Redazione

Il blog e il gruppo Facebook “Vadoinafrica” – da te creato e animato – contribuisce con intelligenza e con informazioni accurate a sfatare molti luoghi comuni sul continente africano. Ci piacerebbe sentire dalla tua stessa voce il significato di questa iniziativa e i risultati raggiunti.

Vadoinafrica.com è nato con il desiderio di contribuire alla creazione di un’immagine più equilibrata rispetto all’enorme continente africano, la zona più giovane e dinamica del mondo. Un universo di cui, in Italia, si parla poco o nulla con l’eccezione della recente ossessione mediatica per i “migranti”. Non mi stupisce affatto che stereotipi vecchi di quattro secoli stiano così emergendo tutti d’un colpo evidenziando i nervi scoperti europei (e in particolare italiani) nella relazione con l’altro, simbolicamente rappresentato dall’africano.

Vadoinafrica.com vuole cambiare le carte in tavola: si rivolge a chi desidera creare valore culturale ed economico in prima persona, fuori da polemiche e generalizzazioni. Incoraggia l’iniziativa imprenditoriale, la relazione con l’innovazione e la creatività africana secondo uno schema che vuole rompere dall’interno le paralizzanti dicotomie noi-loro, aiuto-sfruttamento, profit-nonprofit.

La community Facebook “Vadoinafrica Networking Group” conta ormai 4.000 iscritti di molteplici nazionalità ed esperienze professionali, in grado di fornire informazioni e contatti precisi pressoché in tutti i 54 Paesi africani. Un’intelligenza collettiva di cui ciascuno può fare l’uso che ritiene più opportuno, seguendo semplici linee guida (un titolo ai post, precisone, educazione e rispetto).

Come pensi di consolidare questi risultati? Quali idee o progetti hai per il futuro? 

Vadoinafrica è nato a marzo 2017. Per un anno è stato solo un blog. Da maggio di quest’anno si è trasformato in un blogzine/webzine ospitando più contenuti di altri autori.

Il piano è quello di crescere, riportando senso e proposte costruttive nella discussione collettiva sul tema “Africa” che mi pare essersi grandemente arenata. Una situazione che, ripeto, non mi stupisce affatto in quanto gli stereotipi e le generalizzazioni sono fondamentalmente trasversali alle varie “tifoserie” del Belpaese: destra-sinistra, laici-cattolici, Nord-Sud, ecc.

Nel prossimo anno vorrei creare progetti speciali insieme a imprese (profit o non profit) in questa direzione oltre a sviluppare contenuti in partnership con altri media. Parallelamente vorrei avviare occasioni di incontro e interazioni off-line, di persona.

Come giudichi i programmi della cooperazione italiana di incentivo dell’imprenditorialità dei migranti nei paesi sub-sahariani?

Negli ultimi anni ci si è resi conto che l’impresa privata è strumento ineludibile per creare ricchezza e benessere. Da qui la “gara” a realizzare progetti per la microimprenditorialità, lo sviluppo di startup, l’iniziativa imprenditoriale e chi più ne ha ne metta.

Posto che le interazioni tra persone diverse e territori sono, a mio giudizio, positive in quanto possono contribuire ad aprire (anche involontariamente) scenari preziosi per entrambi gli interlocutori penso di poter identificare tre “peccati originali” di tante iniziative:

  1. Troppo spesso si vuole “insegnare” a fare impresa quando, ad ogni latitudine, l’iniziativa individuale o cooperativa è qualcosa di pre-esistente a un corso, un workshop o un programma. Incaponirsi sul “creare nuove imprese” è una diretta (e insensata) conseguenza di questa visione. Se posso dare un consiglio suggerisco di concentrarsi sulla crescita, lo scale-up, di imprese esistenti. Ma bisogna saperlo fare, ed è tutto tranne che banale.
  2. La quasi totalità di questi programmi sono gestiti da impiegati, da funzionari. Mancando così l’aspetto centrale del “contagio” tra menti imprenditoriali. Mi suscita forti perplessità vedere neolaureati italiani mandare a “insegnare” a fare impresa in Senegal, Ghana o Kenya, contesti in cui senza un’organizzazione alle spalle non saprebbero sopravvivere 48 ore.
  3. Troppo spesso la dicotomia noi-loro è alla base di questi programmi: “noi” civilizzati, detentori del sapere economico, che insegniamo a “loro” come diventare più simili a “noi”. Questo è il limite costitutivo della cooperazione allo sviluppo, che ha di fatto sostituito la conversione dell’altro all’ideologia dello “sviluppo” alla spinta del proselitismo di matrice missionaria. L’iniziativa imprenditoriale, o anche solo commerciale, nasce da altre basi. Nasce dal riconoscersi controparti di pari dignità, interessate alla creazione di valore economico per entrambi. In questo le iniziative occidentali sono sempre meno convincenti rispetto all’azione dei Paesi emergenti, Cina in primis, che spezzano questa retorica.
  4. Da ultimo, il genuino interesse economico, la possibilità di “guadagnare entrambi”, di realizzare profitti, se non è platealmente demonizzato viene comunque subordinato a “creare posti di lavoro”, realizzare “impatto sociale”, e molte altre splendide cose. Purtroppo tutte possibili (a Dakar come a Roma, Milano o Molfetta) solo se l’impresa sopravvive nel tempo, quindi fa utili o almeno copre i costi! Vedo troppa fuffa su questo fronte, parole, convegni, iniziative che drenano risorse (soldi, ma soprattutto tempo) a imprenditori o aspiranti tali in contesti (africani) che richiedono grande dedizione e “olio di gomito”.
Quali sono secondo te i punti di forza e i limiti dell’economia senegalese? Cosa consiglieresti a un migrante senegalese o a un suo partner italiano?

L’economia senegalese presenta, come altrove nel continente, ancora i segni del passato coloniale a partire dalla dipendenza dalla monocoltura delle arachidi. Senza scendere nell’analisi macroeconomica si può osservare anche la debolezza rappresentata da importazioni molto ingenti (in crescita del 30% annuo, ormai doppie rispetto alle esportazioni).

Allo stesso tempo, l’importazione ad esempio di generi alimentari evidenzia un’enorme opportunità: la possibilità di una sostituzione da parte di imprese agroalimentari locali.

Consigli? Prudenza nell’identificare le persone giuste (dipendenti e collaboratori, ma anche il partner stesso… italiano e senegalese poco cambia. C’è una lunga storia di truffe e incomprensioni reciproche!) e partire piccoli con iniziative che non abbiano bisogno di grandi capitali (che non si trovano o che comunque creano poi dinamiche troppo complesse da gestire)

Suggerisco la webtv burkinabè agribusinesstv.info per prendere ispirazione e contatti, oltre che ovviamente Vadoinafrica Networking Group!

Fare impresa non è certo facile, farlo in un contesto transnazionale è qualcosa di proibitivo per la maggioranza dei migranti. Però quello che risulta impossibile a livello individuale è forse praticabile a livello collettivo e cooperativo. In che modo pensi si possano rafforzare delle forme di collaborazione in ambito lavorativo nel contesto africano?

Credo che le confraternite senegalesi siano tra i più efficaci esempi di imprese multinazionali e transazionali, in grado di muovere beni, denaro e persone sulla fiducia. Suggerisco pensiero laterale, prendendo spunto da queste esperienze autoctone di indubbio successo per costruire la propria impresa.

Penso sia importante superare la paura di parlare e confrontarsi con chi già ha esperienza o sta avendo successo. Purtroppo il timore che ho visto spesso in Senegal del “furto di idee” blocca sul nascere la necessaria condivisione di conoscenza.

Suggerisco infine di lavorare molto su se stessi per capire come l’esperienza di migrazione sia, di per sé, una grande occasione per moltiplicare le proprie relazioni e competenze. Avvicinandosi anche dall’Italia al digitale (social media, whatsapp) non solo come strumenti per superare le distanze e tenere le relazioni con la famiglia ma anche come occasioni per trasformare la “doppia assenza” in “doppia presenza” anche in campo economico!