Elezioni in Senegal: chi parla di migrazioni?


di Riccardo Cappelletti

Ci siamo quasi. Il prossimo 24 febbraio elettrici ed elettori senegalesi si recheranno alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. Le undicesime dall’indipendenza.

La campagna elettorale sta volgendo al termine, con i cinque contendenti e le loro squadre intenti a percorrere il Paese in lungo e in largo. Accompagnati, in alcuni casi, da ex potenziali candidati/e che, non avendo ottenuto il nullaosta per la partecipazione diretta alla tenzone, hanno pubblicamente sposato la causa di uno dei contendenti ancora in corsa.

Una buona parte del periodo pre-elettorale propriamente detto è stata monopolizzata da alcune questioni che, strettamente parlando, hanno sviato l’attenzione dai possibili contenuti programmatici.

Oltre ai dossier (non solo) giudiziari di due figure di spicco del fronte alquanto variegato – e mutevole – dell’opposizione, alla querelle sulla gestione di una manna petrolifero-energetica dai contorni e dall’entità ancora abbastanza vaghi, si è molto parlato e scritto della cosiddetta Legge sul patrocinio (parrainaige) – Loi n° 2018-22 du 04 juillet 2018 portant rèvision du Code èlectoral.

Legge che ha introdotto una serie di modifiche nella procedura di presentazione delle liste, producendo lo scenario a cinque di cui sopra. Più “snello” rispetto alle presidenziali del 2012, ma anche “monogenere” : nessuna figura femminile in lizza per la magistratura suprema, contro le due di 7 anni or sono.

Si è dovuto, dunque, attendere il mese di gennaio – la decisione finale del Consiglio costituzionale è stata resa nota il 20/01 – per conoscere l’assetto definitivo e gli identikit dei candidati. Qualche giorno in più per assistere all’avvio della campagna elettorale e per scoprire progressivamente i diversi programmi. O, almeno, quelli dei 4 sfidanti.

Il presidente uscente, infatti, non aveva fatto mistero della volontà di perseguire temi e obiettivi iscritti in piena continuità con la  – onnipresente – “grande narrazione” del Plan Sènègal Emergent. E così è stato, fatti salvi degli aggiustamenti strategici e tattici inevitabili quando il confronto è divenuto più serrato.

È bene precisare, comunque, che l’oggetto di queste righe non è quello di proporre una lettura esaustiva delle varie offerte politiche, nè di tracciare un bilancio globale della campagna.

Si tratta, semmai, di sollevare un interrogativo sul “peso” dello snodo specifico elezioni/migrazioni, ponendo(si) alcune questioni piuttosto semplici a cominciare da quella capitale : se ne parla ? Se sì, chi e come ne parla?

Per entrare gradualmente nel merito, vorrei giusto evocare due elementi di contesto, inediti in tutte le precedenti consultazioni. Due variabili che, a mio avviso, aiutano a inquadrare il tema migratorio come tema (anche) elettorale perchè autorizzerebbero, teoricamente, una sua trattazione abbastanza importante, al di là delle attuali contingenze internazionali, note a tutti.

La prima ha a che fare con una recente riconfigurazione dello scenario politico e istituzionale senegalese. Mi riferisco ai rappresentanti della diaspora eletti all’Assemblea nazionale, in occasione delle Legislative del marzo 2017. Frutto dei risultati di un referendum costituzionale che ha portato alla modifica del codice elettorale – si vedano la Loi n° 2017-12 du 18 janvier 2017 portant Code èlectoral et il Dècret n° 2017-170 du 27 janvier 2017 portant partie règlementaire du Code èlectoral per tutti i dettagli del caso –, l’insediamento dei 15 deputati “stranieri” ha segnato la consacrazione ufficiale della « 15° regione senegalese » all’emiciclo. Storicamente corteggiata e blandita, spesso associata – suo malgrado ? – agli imperativi di sviluppo (non solo) economico del paese, oggetto – più che soggetto – di programmi di investimento e di attrazione di capitali, la diaspora senegalese parrebbe finalmente disporre di una capacità di azione politica diretta. Che dovrebbe dilatarsi in altri organi di portata nazionale e regionale/locale, secondo il dettato della decentralizzazione. In alcuni dibattiti parlamentari si è assistito, effettivamente, all’“irruzione” di tematiche e sensibilità legate alla condizione diasporica, ai suoi problemi, alle aspettative di famiglie, comunità e altre entità transnazionali. Abbastanza per immaginare un impatto strutturale sull’agenda politica senegalese? Probabilmente, almeno fino ad oggi, no.

Il secondo elemento inedito rispetto al passato, dalle ricadute potenzialmente davvero dirimenti, è costituito dalla – laboriosissima – adozione del documento di Politica nazionale di migrazione (PNMS) nel marzo 2018. Lungamente atteso, sollecitato da più parti (e per diverse ragioni), perchè chiamato ad armonizzare iniziative, programmi, azioni troppo spesso “parcellizzati”, dalla difficile identificazione o, a volte, sconosciuti ai più – potenziali beneficiari compresi. Forte di questo approccio (più) coordinato, il Senegal ha preso attivamente parte a diverse iniziative di portata regionale, continentale o planetaria, come il recente summit di Marrakech per l’adozione del Global compact for safe, orderly and regular migration. Il problema fondamentale, che non permette di valutare realmente la portata e le influenze (anche elettorali) del PNMS, rimane, comunque, quello della sua difficilissima accessibilità e consultazione. Del resto, la stessa Direzione dei senegalesi all’estero sottolinea spesso la necessità di una “volgarizzazione” del PNMS per farlo uscire dai cassetti dei soli addetti ai lavori (vedi qui e qui).

Se si esclude il programma del presidente uscente che, per ovvie ragioni, dovrebbe farvi riferimento, in quelli degli sfidanti soltanto l’idea di una “gestione integrata” dei fenomeni migratori pare sporadicamente rinviare a questa ambiziosa Politica Nazionale.

Tornando, adesso, alla nostra macro-domanda sul chi e come parla di migrazioni in questo frangente elettorale, la maniera più efficace di abbozzare qualche risposta è quella di invitare a consultare questa piattaforma web : https://senegalvote.org/

Creata, tra gli altri obiettivi, per far conoscere i programmi dei 5 rivali, essa permette di compararli per mezzo di alcune parole chiave che condensano, in alcuni settori cardinali, l’offerta politica di ciascuno dei competitori. Da notare subito, a riprova di una certa marginalizzazione del tema, l’assenza di una rubrica «migrazioni» o «mobilità», che obbliga a passare da altri lemmi (come governance) per ricercarne gli echi e le tracce. Ciò nonostante, e senza scendere eccessivamente nei particolari, da questa rapida lettura sinottica affiorano alcune idee progettuali in tema di ritorni e investimenti; in tema di previdenza sociale e accordi multilaterali; in tema di sicurezza dei senegalesi residenti all’estero; in tema di controllo/gestione delle frontiere e dei movimenti transfrontalieri; in tema di creazione di banche dati di profili (e competenze) della diaspora. Ma l’impressione generale che si ha, corroborata dai resoconti quotidiani della stampa e dei vari media che coprono quasi integralmente il tour dei candidati, rimane quella di un trattamento residuale della questione. Una constatazione che diventa quasi paradossale quando le differenti carovane fanno tappa nelle zone ad alti tassi di mobilità – tanto in entrata che in uscita –. Laddove ci si aspetterebbe una presa in carico di punti storicamente spinosi (lo snodo migrazioni-investimenti/rimesse-sviluppo piuttosto chela valorizzazione delle competenze “di ritorno”, ad esempio) o delle nuove sfide poste dagli assetti internazionali, la posta in gioco della conquista del consenso pare spingere a una prudenza che sfiora la reticenza. Salvo poi, in alcuni casi – sociologicamente istruttivi –, essere riportati “sul pezzo” dalle preoccupazioni espresse dalle popolazioni (vedi, a titolo d’esempio, qui).

Restano, è vero, alcuni ultimissimi scampoli di campagna elettorale e non è escluso, a priori, un secondo turno che ne dilaterebbe ulteriormente i tempi offrendo altre opportunità di discussione. È altrettanto evidente, inoltre, che le autentiche sfide cominceranno dopo la chiusura delle urne, quando dagli annunci e dalle promesse si dovrà passare all’operazionalizzazione.

Gli scenari geopolitici recenti hanno dimostrato come e quanto, sul tema del controllo delle mobilità e delle frontiere si siano giocate, si giochino e si giocheranno partite fondamentali al di là del Mediterraneo e dell’Atlantico. Sarà interessante vedere come il Senegal, che sembrerebbe per il momento avere altre priorità, saprà (ri)posizionarsi in un dibattito a cui non potrà, comunque, sottrarsi. Sarebbe stato altrettanto interessante, a mio avviso, permettere agli elettori e alle elettrici senegalesi di conoscere meglio gli orientamenti dei vari candidati su una questione che, in maniera più o meno diretta, attraversa regolarmente la loro quotidianità.