I ritorni inconsapevoli


di Mario Antonio Angelelli

L’argomento che si vuole trattare, la disciplina dei reingressi in Italia, è dovuto alle decine, forse centinaia, di esperienze concrete ed è certamente possibile individuare in questi casi il (caro) prezzo che i migranti pagano per l’assurdità di una normativa, quella appunto sui reingressi in Italia, rigida ed ipocrita (come del resto tutta la legge sull’immigrazione), che non consente di derogare a degli intoppi, di certo molto comuni, che di fatto gettano alle ortiche i progetti di una vita, e delle altre a questa collegate. Ritornare su alcuni ragionamenti, magari integrandoli con i pochi dati disponibili, può essere utile per far capire l’effettività del problema sperando che tale riflessione possa determinare un auspicabile intervento normativo che limiti gli effetti più scandalosi della politica sui reingressi fin qui tenuta in Italia.
Vediamo qualche caso concreto.

Thierno, cittadino senegalese, da più di quindici anni in Italia, è titolare di permesso di soggiorno per lavoro autonomo (ha intestato a sé una regolare licenza di ambulante) e, come molti suoi connazionali, lavora in Italia nei mesi primaverili ed estivi, e ritorna in Senegal nei mesi tardo autunnali ed invernali. La sua famiglia, composta dalla moglie e da tre figli minori, vive in Senegal. Si tratta di una scelta comune a tanti migranti, quella di lavorare in Italia senza tagliare i legami con la loro terra e con i loro familiari, che, lo si ricorda, almeno in Africa, non sono solo la moglie (o il marito) ed i figli, ma anche i genitori, le sorelle, i fratelli, i nipoti, gli zii, etc. Insomma il progetto migratorio di Thierno era circolare, e cioè consisteva nello spostarsi temporaneamente per qualche mese in Italia per poi ritornare, anche questa volta temporaneamente, in Senegal, almeno fino a quando la salute, il lavoro, gli affetti, insomma le circostanze della vita, lo avrebbero permesso.

Nel mese di marzo 2015, pochi giorni prima della prevista partenza, uno dei suoi figli ha un brutto incidente, che ne mette in pericolo la vita, e Thierno è costretto, per stargli vicino, a rinviare il viaggio in Italia. Intanto il suo permesso di soggiorno, a fine aprile, scade. Verso settembre, una volta che le condizioni di salute del figlio fortunatamente migliorano decide finalmente di partire, ma non può più farlo perché il suo permesso di soggiorno è scaduto e sicuramente verrebbe bloccato alla frontiera aerea. Gli dicono di fare una richiesta al Consolato d’Italia a Dakar (lui è di Kaolack, a circa 180 Km dalla capitale): facile a dire ma difficile da realizzare, perché l’appuntamento, dopo vari viaggi a Dakar e dopo varie «dazioni liberali» per facilitare e velocizzare l’iter, a favore di personaggi delle agenzie che fanno da filtro tra «indigeni» ed Autorità consolari, viene fissato solo il 20 dicembre. In quella data il personale del consolato gli dice che non può più rientrare in Italia poiché è passato troppo tempo dalla scadenza del suo soggiorno.

Ma cosa dice la legge? L’art. 8 del D.P.R. 394/99 prevede che il cittadino straniero, titolare di un regolare permesso di soggiorno, che si trova fuori dal territorio italiano alla data di scadenza del documento di soggiorno e, quindi, che non ha presentato in Italia la domanda di rinnovo nel termine previsto, può richiedere il visto di reingresso presso il Consolato italiano presente nel Paese in cui si trova.

La richiesta del visto di reingresso può essere presentata solo se si rientra nei seguenti casi:

  • il permesso di soggiorno non è scaduto da oltre 60 giorni;
  • il termine dei 60 giorni non viene considerato se lo straniero ha dovuto adempiere agli obblighi militari oppure nel caso in cui abbia avuto lui stesso o il coniuge così come uno dei suoi parenti entro il primo grado (genitori/figli) gravi motivi di salute, nella fattispecie, però, il permesso di soggiorno non deve essere scaduto da oltre 6 mesi.

Per la richiesta del visto, lo straniero deve esibire originale e fotocopia del documento di soggiorno scaduto, il passaporto in corso di validità e l’eventuale documentazione prevista per i casi in cui il soggiorno sia scaduto da oltre 60 giorni.

Per il rilascio del visto, le autorità diplomatiche richiedono l’autorizzazione alla Questura che ha rilasciato il permesso di soggiorno. È importante, quindi, che il migrante straniero sia in grado di dimostrare di essere in possesso dei requisiti richiesti per il rinnovo oppure del duplicato del permesso di soggiorno, cioè di dimostrare di avere dei legami e/o dei rapporti instaurati con il tessuto socio-economico italiano (lavoro, famiglia, ecc.).

Thierno, purtroppo, pur documentando il grave motivo di salute del figlio che lo ha costretto a rimanere in Senegal, ha comunque sforato il termine di sei mesi, e, per questo, non ha potuto più mettere piede in Italia. Non gli è restato che incaricare i suoi parenti ed amici, che potevano raggiungere il nostro Paese, di recuperare tutte le sue cose e spedirgliele in Senegal. Il progetto migratorio di Thierno è così andato definitivamente in fumo.

Un caso simile riguarda Khassim, anch’egli ritornato in Senegal per «svernarvi». Nel gennaio del 2016, mentre si trovava a Dakar, non si ritrova più il permesso di soggiorno, che scadeva ad aprile. Lo cerca in ogni dove ma non riesce a trovarlo. Non sa cosa fare e chiede un appuntamento al Consolato italiano; per le ragioni già esposte prima, ci mette tre mesi a combinare un appuntamento durante il quale gli viene detto che il problema si può risolvere presentando in consolato una domanda di reingresso che deve essere però accompagnata da una copia della denuncia di smarrimento fatta alle autorità competenti, accompagnata dalla copia del permesso di soggiorno smarrito. Non ha né l’una né l’altra e, nei giorni successivi, si attiva presentando la denuncia di smarrimento alla polizia di Dakar, ma non ha nessuna copia del permesso di soggiorno. Ci metterà altri dieci giorni per recuperarla in Italia da un amico, col quale condivide la stanza dell’appartamento in cui abita, che fortunatamente ne ha conservata una copia, assieme al contratto di locazione. A questo punto dopo altri due mesi – siamo a luglio 2016 – (e dopo altre «volontarie donazioni» al personale dell’agenzia cui bisogna prenotarsi per accedere al più presto ai servizi della nostra Ambasciata a Dakar) riesce ad avere tutto il necessario per presentare la domanda di reingresso. Peccato che il suo permesso di soggiorno sia scaduto da oltre 60 giorni e, dunque, può dire addio all’Italia.

Infine Diarra, che ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi familiari perché il marito è un soggiornante di lungo periodo, ed è titolare, quindi, di un documento di soggiorno di durata illimitata. Apparentemente, come lei stessa credeva, non ci sono più problemi di rinnovi, di visti, delle tante «schiavitù» burocratiche cui i migranti sono sottoposti. Si reca in Senegal nell’ agosto del 2015, con i figli di 3 e 5 anni, e vi rimane per molti mesi, con l’intenzione di rientrare in Italia a settembre 2016, in tempo per iscrivere la figlia alle scuole elementari. Viene però bloccata in aeroporto, alla partenza, perché si è trattenuta in Senegal per più di un anno e non può rientrare in Italia. Semplicemente non sapeva, Diarra, che anche chi ha un permesso di soggiorno a durata illimitata non può lasciare l’Italia per più di un anno. Adesso, bloccata in Senegal con i figli, aspetta da mesi un nuovo visto per ricongiungimento familiare, o un visto turistico o che il marito diventi cittadino italiano.

I limiti della normativa sono dunque da individuare nel termine, davvero poco generoso (di 60 giorni o di sei mesi) e, soprattutto, nelle estreme difficoltà che gli stranieri hanno nel rapportarsi con il personale delle nostre autorità consolari, che subiscono la pressione delle migliaia di persone che hanno la legale necessità di un loro intervento.

Le nostre ambasciate nei paesi a forte immigrazione, come il Senegal, sono oramai diventate delle cittadelle inarrivabili. Al di là di questo fondamentale aspetto, un termine in astratto non si può considerare breve o lungo, se non si considerano i contesti in cui una normativa si sviluppa: in questo caso ci troviamo in Senegal, dove non tutto funziona alla perfezione, dove, per esempio, ci vogliono molti giorni per arrivare nella capitale da un villaggio nella provincia di Tambacounda, o dove, per richiedere un certificato nei pubblici uffici, si può aspettare per settimane, etc. In Senegal, allora, possiamo, con cognizione di causa, affermare che il termine di 60 giorni è brevissimo.

E, naturalmente, un passo assai importante sarebbe quello di informare il migrante sui rischi connessi alla scadenza del permesso di soggiorno. E fare in modo che egli sia aiutato in loco a superare quegli ostacoli. È poi importante evidenziare che queste persone – magari con un lungo percorso migratorio – hanno investito tempo e risorse per conoscere lingua, costumi, mercati, economie dell’Italia, e, perderle significa apportare un danno sia al Senegal che all’Italia.