I tre film americani più belli che parlano di migranti (anche se non sembra)


di Gianmarco Mecozzi

La 25a ora di Spike Lee

Uno dei migliori film del regista newyorchese, ed è sicuramente uno dei suoi film più complessi. La storia  si muove con eleganza e padronanza del mezzo su più livelli, formali e sostanziali. Il senso di colpa e il crimine, la vendetta e l’amicizia, l’America e l’innocenza perduta, la morte e il carcere, Edipo ed Eros: sono altrettanti temi «scavati» nel film.

Tuttavia, la frantumazione del sogno americano operata da Lee, di cui il gigantesco vuoto di Ground Zero (qui ripreso per la prima volta in un film dopo gli attentati dell’11 settembre, vedi qui) è simbolo potente e spaventoso, da queste parti significa soprattutto frantumazione dell’America come terra delle possibilità per tutti, e di New York come città della convivenza, come metropoli  – in ultima istanza – dei migranti di tutto il mondo.

Celebre e indiscutibilmente bella la scena del monologo del protagonista in cui la metropoli  newyorchese viene vivisezionata, passando tra insulti razzisti per ogni gruppo etnico, come in una specie di operazione chirurgica crudele, cinica, anti-lirica.

La scena è da non perdere, guardala.

Il demone sotto la pelle di David Cronenberg

Straordinaria allegoria dell’invasione dei migranti (e di ogni «diverso») e feroce contestazione comico-grottesca dell’illusione tutta borghese della sicurezza sociale, l’horror indipendente e a basso costo di Cronenberg è una pietra miliare del cinema sulla chiusura delle frontiere o meglio sull’impossibilità di chiusura di ogni tipo di frontiera.

La storia del complesso di palazzi ultra-sicuro in cui ricche famiglie di bianchi si rinchiudono con a disposizione ogni merce e ogni comfort ha una parabola precisa, netta, didattica e diventa la narrazione in presa diretta di una invasione quasi compulsivamente desiderata. I ricchi borghesi finiranno invasi da esserini che penetrano dei loro corpi (passando in ogni orifizio) e li trasformano in pazzi assassini assetati di sesso.

Indimenticabile la scena in cui una delle protagoniste viene «invasa» mentre si fa il bagno nella vasca. Mai una «invasione» è stata rappresentata in modo più onirico. Mai una «chiusura di frontiera» è stata più sfrontatamente abbattuta.

Vedi la scena (che è forte, anzi hard, quindi vietata ai minori e a chi si impressiona).

Il padrino parte seconda di Francis Ford Coppola

Uno dei più importanti film del secolo passato (e sicuramente uno dei film più visti in assoluto), la seconda parte della saga dei Corleone girata dal regista italoamericano è un film che, come tutte le grandi opere, è contemporaneamente tante cose.

La storia parallela di Michael Corleone e di suo padre Don Vito da giovane è sicuramente la narrazione della perdita di innocenza di un’America del passato che forse non è mai esistita. Mito fondativo di un paese che non ha mai fatto i conti con le proprie origini e che, forse, ci ha provato solamente attraverso il cinema, questo affresco epocale comincia con Don Vito bambino costretto a emigrare dalla Sicilia a New York, passa per  la mitologica fondazione di una delle mafie più potenti del mondo, e finisce con la morte dello stesso Don Vito e il passaggio di consegna a suo figlio Michael.

Il film è un inno alla migrazione fino dalla scena indimenticabile dell’arrivo al porto di New York (vedi la scena qui sotto).

 

Ma soprattutto il film è una specie di monito involontario che oggi fa accapponare la pelle al solo pensiero di quello che potrebbero fare le migliaia di migranti africani in Europa se solo avessero il coraggio e la spregiudicatezza nella «libera impresa» dell’italianissimo Don Vito. Se solo decidessero di seguire il suo virtuoso esempio…

L’inno alle capacità imprenditoriali del capomafia più famoso del pianeta diventa oggi un avvertimento imperscrutabile ai cittadini e ai governanti di mezza Europa.

La scena in cui Don Vito da giovane osserva preoccupato il figlio malato (che è proprio Michael) è decisiva poiché è proprio lì che Don Vito, a causa della povertà che gli impedisce di fare curare i propri figli come vorrebbe, decide di diventare quello che diventerà. Infatti subito dopo il suo primo omicidio andrà da suo figlio appena nato Michael a rassicuralo.

 

Non so voi, ma ogni volta che vedo un migrante africano per strada, povero pezzente alla ricerca di denaro a tutti i costi, penso che potrebbe essere il prossimo Don Vito Corleone.

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