I pregiudizi sulle migrazioni: il ritorno dei migranti africani


di Alice Jeannelle

Il ritorno dei migranti africani è un argomento che interessa sempre più i decisori politici. È al centro dei programmi europei che mirano a gestire meglio le migrazioni tra l’Africa e le Europa. Tuttavia, a causa dell’assenza di dati, questo argomento è mal conosciuto ed è oggetto di parecchi pregiudizi. Alcune ricerche condotte a partire dall’analisi di inchieste del progetto MAFE (Migrations entre l’Afrique et l’Europe) e di interviste qualitative con i migranti di ritorno in Senegal ed nella Repubblica democratica del Congo, ci permettono di superare questi pregiudizi e di conoscere le realtà dei fatti.

Primo pregiudizio sui ritorni:  no, i migranti africani non hanno alcuna intenzione di rimanere. I media nella maggior parte dei casi presentano i migranti africani come in fuga dalla miseria e dalla guerra. Dando spesso per scontato che essi non hanno intenzione di tornare nel luogo da dove vengono.

Tuttavia, le analisi quantitative delle inchieste MAFE rivelano che al momento del loro arrivo in Europa, la metà dei migranti senegalesi e congolesi hanno già l’intenzione di tornare nel loro paese di origine. Tuttavia, le intenzioni di ritorno diminuiscono quando le condizioni nel paese di origine si deteriorano, come avvenuto in modo particolare per i migranti della Repubblica democratica del Congo dopo il 1990.  Parimenti, i ritorni dei migranti senegalesi e congolesi dall’Europa non sono trascurabili, ma diventano meno consistenti quando la situazione nel paese di origine è instabile.

Secondo pregiudizio sui ritorni:  no, non è necessario spingere i migranti affinché ritornino. Nei paesi europei, è spesso dato per scontato che è necessario incoraggiare, se non addirittura costringere, i migranti a tornare. Il ritorno è del resto spesso sinonimo di espulsione dei migrata in situazione irregolare.

I risultati delle analisi dimostrano invece che  la grande maggioranza dei ritorni è decisa spontaneamente, volontariamente, dai migranti stessi, e che non sono il risultato dei dispositivi messi in opera dai paesi di destinazione per costringerli o incoraggiarli a tornare. Si riscontra che i ritorni legati a  “problemi con i documenti” riguardano solamente l’11% dei senegalesi e il 3% dei congolesi di ritorno. I migrati tornano soprattutto per le ragioni familiari e professionali.

I migranti sono in realtà molto più propensi a tornare quando hanno preparato il ritorno da loro stessi in maniera autonoma. Così, i migranti congolesi in situazione irregolare in Europa sono di solito meno pronti al ritorno, rispetto a quelli che si trovano in condizione di regolarità amministrativa. Questi ultimi vivono in condizioni economiche migliori, e sono propri questi coloro che maggiormente ritornano, perché reinserire reinserirsi nel proprio paese dopo parecchi anni di assenza necessita del possesso di  mezzi economici.

Di più, molte analisi rivelano che i programmi messi in opera per incoraggiare i migrati a tornare non hanno alcun impatto sui ritorni. In un contesto segnato dalle restrizioni migratorie all’entrata nei paesi europei, i migranti sono più reticenti all’idea di effettuare un ritorno perché sanno che, in caso di problemi nel paese d’origine dopo il loro ritorno, sarà loro difficile fare  di nuovo ingresso in Europa. I risultati delle ricerche indicano che più è difficile migrare verso l’Europa, meno i migranti manifestano l’intenzione di tornare e minori sono di conseguenza i ritorni.

Terzo pregiudizio sui ritorni:  no, i programmi di aiuto al ritorno volontario non assicurano un reinserimento di successo nel paese di origine. I decisori politici pensano generalmente che i programmi di aiuto al ritorno volontario e al reinserimento, mirando a incoraggiare il ritorno dei migranti in situazione irregolare, offrono un aiuto imprescindibile e riescano ad evitare che i migranti, una volta tronati, vogliano venire nuovamente in Europa.

Tuttavia, i risultati delle ricerche indicano che i migranti senegalesi e congolesi che non tornano volontariamente e che non hanno preparato il loro ritorno, incontrano delle difficoltà importanti dopo la loro reinserzione nel paese di origine, ed esprimono spesso l’ intenzione di ripartire per l’Europa. Le analisi quantitative mostrano egualmente che questo tipo di programmi  danno adito spesso a delle nuove partenze.

Articolo inizialmente pubblicato sul sito movida.