Immigrati e pensioni: per rimediare all’assenza di tutela


di Giuseppe Bea, Ugo Melchionda et Franco Pittau

L’assicurazione obbligatoria per la vecchiaia, l’invalidità e i superstiti è stata realizzata in ambito pubblico per garantire un rimedio, in caso di mancato salario, al verificarsi di questi rischi. Tuttavia – questo è il tema di questo breve saggio – tale garanzia può diventare aleatoria per gli immigrati.

Ciò si verifica perché è scarsa la conoscenza dei propri diritti e, anche a livello sociale, non si dedica adeguata importanza a questi aspetti che, al contrario, risultano di grande importanza per gli interessati. Anche la pur diffusa progettazione della formazione, realizzata con fondi nazionali o comunitari, raramente presta la dovuta attenzione a queste tematiche da considerare invece parte essenziale dell’educazione civica e della formazione permanente.

Va subito aggiunto che in Italia è operativo un ampio sistema, che attraverso gli istituti di patronato, costituiti dai sindacati o da altre associazioni dei lavoratori, garantiscono una rete di assistenza diffusa, agevolata e dotata delle necessarie competenze (circa 10.000 operatori e altrettanti uffici con centinaia di migliaia di pratiche trattate). Ma, nonostante il gran lavoro fatto, una parte degli immigrati non sa di poter fruire di questa opportunità e talvolta si affida a mestieranti inesperti e costosi.

In terzo luogo va affermata una maggiore frequenza di processi generati da resistenze amministrative, in cui una norma, quando applicata a immigrati, viene interpretata restrittivamente: i casi, come si mostra nelle edizioni annuali del Dossier Statistico Immigrazione sono tanti.

Nei tre paragrafi che seguono viene affrontata la copertura pensionistica di un immigrato durante la sua permanenza in Italia, al suo ritorno in un paese legato all’Italia da una convenzione in materia di sicurezza sociale o al suo ritorno in un paese non convenzionato.

Tutela pensionistica durante la permanenza in Italia

Il lavoratore immigrato occupato in Italia deve essere assoggettato alla legislazione previdenziale italiana in applicazione del principio di territorialità dell’obbligo assicurativo.

Il principio di parità di trattamento tra i lavoratori italiani e quelli stranieri è espressamente sancito dalla vigente normativa in Italia. Infatti, l’articolo 2, comma 3, del Testo Unico sull’immigrazione, approvato con il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, così prevede: «la Repubblica italiana, in attuazione della convenzione dell’OIL n. 143 del 24 giugno 1975, ratificata con legge 10 aprile 1981, n. 158, garantisce a tutti i lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti nel suo territorio e alle loro famiglie parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani».

Agli immigrati si applicano, senza discriminazioni, le disposizioni previste per i lavoratori italiani per quanto concerne l’accesso all’impiego, gli aspetti retributivi e ogni altra condizione relativa al rapporto di lavoro, incluso il licenziamento.

Queste previsioni sono state spesso disattese sul piano applicativo, perché è largamente diffusa in Italia la pratica del lavoro in nero, che coinvolge anche i titolari di un regolare permesso di soggiorno, con conseguente penalizzazione dei diritti previdenziali da maturare.

È stata ricorrente la mancata applicazione a livello amministrativo del principio di parità di trattamento, per cui si è reso necessario ricorrere, in Italia ai giudici di merito, alla Corte di Cassazione e alla Corte costituzionale, e in Europa alla Corte di Giustizia di Lussemburgo e alla Corte europea dei diritti umani. Grazie a questi interventi giurisprudenziali è stato possibile superare le limitazioni nell’estensione agli immigrati di tutte le prestazioni pensionistiche (anche quelle a carattere non contributivo) e delle altre prestazioni previdenziali.

Vi sono anche diverse altre condizioni di fatto, riguardanti gli immigrati, che contribuiscono a far diminuire la consistenza delle prestazioni da erogare:

  • la maggiore discontinuità dell’occupazione, che esercita un’influenza negativa sulla maturazione del requisito contributivo minimo, dal 2012 portato da 15 a 20 anni (dalla c.d. legge Fornero);
  • il livello retributivo di fatto inferiore a quello degli italiani (di circa un quarto secondo le indagini annuali dell’Istat) a parità di qualifiche e mansioni svolte, che, come si vedrà nell’ultimo paragrafo, rischia di fare dei pensionati immigrati una massa di poveri.

 

Tutela pensionistica in caso di rimpatrio in un paese convenzionato

Le convenzioni bilaterali in materia di sicurezza sociale garantiscono l’uguaglianza di trattamento ai cittadini dei due Stati contraenti, anche quando essi rimpatriano, fermo restando che non sono esportabili le prestazioni economiche di natura assistenziale.

Sono numerosi gli accordi di sicurezza sociale stipulati con i Paesi nei quali nel passato si sono recati gli emigrati italiani.

Complessivamente, l’Italia ha firmato e ratificato Convenzioni di sicurezza sociale con i seguenti Stati; Argentina, Australia, Brasile, Canada, Capo Verde, Principato di Monaco, Repubbliche della ex Jugoslavia, Stati Uniti, Tunisia, Uruguay, Vaticano – Santa Sede e Venezuela. Con gli Stati membri dell’Unione europea trovano applicazione i regolamenti comunitari sul coordinamento dei regimi di sicurezza sociale applicabili ai migranti. Alcune normative europee (come ad esempio gli accordi di associazione) contengono principi che impongono un’applicazione non restrittiva delle legislazioni nazionali ai cittadini non comunitari.

Particolarmente intensa è stata l’attività convenzionale nel settore previdenziale svolta dall’Italia al riguardo negli anni ’70 e ’80.

Invece, a partire dagli anni ’90, periodo in cui è iniziata in Italia l’immigrazione di massa, il problematico andamento dei conti previdenziali ha portato a rivedere restrittivamente l’impostazione di diverse disposizioni bilaterali. Inoltre, si è determinato di fatto un blocco nella stipula di accordi bilaterali che, concepiti alla stregua di quelli in precedenza approvati, avrebbero reso difficile la loro copertura finanziaria. Questa stessa ragione economica ha impedito di ratificare e rendere esecutivi alcuni accordi già firmati, come è avvenuto nel caso del Marocco e delle Filippine.

Tutela pensionistica in caso di rimpatrio in un paese non convenzionato

L’art.3, comma 13, della legge n.335/1995 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare, nota come «riforma Dini») attribuiva ai lavoratori extracomunitari, in caso di rimpatrio, la facoltà di chiedere il rimborso dei contributi: «I lavoratori extracomunitari che abbiano cessato l’attività lavorativa in Italia e lascino il territorio nazionale hanno facoltà di richiedere, nei casi in cui la materia non sia regolata da convenzioni internazionali, la liquidazione dei contributi che risultino versati in loro favore presso forme di previdenza obbligatoria maggiorati del 5 per cento annuo».

Questa previsione, mantenuta dalla legge 40/1998 («legge Turco Napolitano», che ha costituito la base del Testo Unico sull’immigrazione approvato con decreto legislativo 286/1998) è stata soppressa dalla legge n. 189/2002 (nota come «legge Bossi-Fini»).

Durante la vigenza della precedente normativa sul rimborso le pratiche sono state contenute con la presentazione, complessivamente, di 8.564 domande di cui 6.734 accolte, 1.490 respinte e 340 non definite.

La legge 189 del 2002, da una parte ha abolito la facoltà di rimborso dei contributi, dall’altra ha sancito che «in caso di rimpatrio, il lavoratore extracomunitario conserva i diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati e può goderne, indipendentemente dalla vigenza di un accordo di reciprocità, al verificarsi della maturazione dei requisiti previsti dalla normativa vigente, al compimento del sessantacinquesimo anno di età, anche in deroga al requisito contributivo minimo previsto dall’articolo 1, comma 20, della legge 8 agosto 1995, n. 335». In tal modo, la mancata presa in considerazione del requisito del minimo contributivo consente di rimediare in parte alla mancanza di convenzioni bilaterali di sicurezza sociale (che consentono la totalizzazione dei periodi assicurativi) e, al raggiungimento dei 65 anni (da ultimo 66 per gli uomini), compensa la soppressione della possibilità di recuperare i contributi versati in caso di rimpatrio definitivo con l’erogazione di una prestazione commisurata all’entità dei contributi versati.

Da sottolineare che la norma in questione nulla dice in riferimento all’altro limite previsto per accedere al trattamento con il sistema contributivo, ossia la maturazione di un trattamento di importo pari o superiore a 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale (articolo 1, comma 20 della legge n. 335 del 1995 di riforma del sistema pensionistico).

L’INPS, con circolare n. 45 del 28 febbraio 2003, ha chiarito che la disposizione in questione non riguarda il lavoratore extracomunitario che sia assoggettato a sistema retributivo o misto (assunto cioè prima del 1996), e, nel caso che deceda prima di compiere i 65 anni, ai superstiti non spetta alcun trattamento.

Ulteriori modifiche che interessano i lavoratori immigrati rimpatriati definitivamente nel proprio Paese sono contenuti nella legge di riforma del sistema pensionistico n. 214 del 2011 (riforma Fornero), che ha innalzato il requisito contributivo a 20 anni e il requisito di età a 66 anni (e successivi adeguamenti in considerazione dell’aumento della speranza di vita previsto per la generalità dei lavoratori), mentre resta salva la facoltà di ottenere la prestazione anche in deroga al requisito contributivo minimo.

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