In Senegal, il duro ritorno dei migranti rimpatriati


di Marie-France Abastado

Sono arrivati nel corso della notte venendo dal Mali alla stazione di autobus di Beaux maraichers, a Dakar. “Abbiamo lasciato l’Algeria, altri vengono dalla Libia”, dice uno dei senegalesi incontrati. “Siamo arrivati alle tre della mattina, ma non c’era nessuno per accoglierci”, aggiunge un altro.

Questi migranti sono stati rimpatriati dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM), affiliata all’ONU. Si aspettavano di essere ricevuti meglio ritornando nel loro paese di origine. ” Abbiamo dormito sul marciapiede e nessuna di ha dato niente da mangiare”.

Gettati nel deserto

Come loro, decine di migliaia di altri migranti africani, tra cui circa 3000 senegalesi, sono stati rimpatriati dall’OIM nel 2017.

Ogni mese, dei voli dalla Libia e ogni settimana, degli autobus dal Niger arrivano a Dakar con a bordo dei migranti che erano partiti per tentare la fortuna all’estero.

Ma la fortuna non era lì ad attenderli. Molti d loro sono stati maltrattati, talvolta fatti prigionieri, quando non addirittura respinti e abbandonati nel deserto. ” Siamo noi che volevamo ritornare, perché in Algeria ci hanno abbandonato nel deserto. Là, abbiamo camminato 15 km fino alla città di Assamakka [in Niger]. Lì abbiamo trovato delle persone dell’OIM che ci hanno portati fino ad Agadez, poi fino aqui”, spiega un migrante.

Un giovane uomo ci mostra un video che ha girato col suo telefono quando lui stesso assieme ai suoi compagni era stato appena  portato nel deserto nigeriano dalle autorità dell’Algeria. Perché l’Algeria è anche un paese di transito per molti africani dell’ovest che tentano di raggiungere l’Europa.

In questo video, si vedono sullo sfondo dei camion sui quali i migranti erano stati trasportati, e davanti  centinaia di persone, dei giovani soprattutto, che camminano nell’immensità del Sahara senza sapere bene verso dove.

Gli algerini ci hanno chiusi nei camion per quasi tre giorni senza darci a mangiare. Faceva talmente caldo! Abbiamo così sofferto, in questi camion!

Testimonianza di un migrante

Rimpatri volontari

Questi migranti hanno quindi camminato per 15 km nel deserto, senza acqua né cibo. È in un contesto come questo che essi accettano di essere rimpatriati dall’OIM, che promette loro di aiutarli una volta rientrati nel paese di origine.

Quel giorno, alla stazione di autobus di Dakar, aspettavano che i rappresentanti dell’organizzazione venissero a trovarli per consegnare loro una piccola somma, circa 200 dollari.

Secondo le promesse dell’OIM, dovrebbero ricevere una somma più sostanziosa che permetterà loro di avviare in seguito una piccola impresa in seguito e per favorire una reintegrazione duratura.

Un aiuto che tarda a venire

Khadri Diallo è un migrante di ritorno da quattro mesi. Vive nel villaggio di Saré Bourang, nel comune di Kounkané, in Casamance.

È partito nel 2007 e si è trasferito in Mauritania, dove è restato fino al2011. “Nel 2012, ho lasciato la Mauritania e ho preso la strada dalla Libia, la strada della morte”  inizia Khadri Diallo, piuttosto depresso. “Avevo sentito dire che avrei potuto lavorare laggiù e aiutare la famiglia”.

Ma Khadri non ha trovato niente di tutto ciò. Invece è stato incarcerato per ben tre volte. La sua famiglia ha dovuto vendere delle mucche ogni volta per farlo liberare. Oggi, non hanno praticamente più niente.

Khadri Diallo fa parte di quelli che sono sopravvissuti nel Mediterraneo, mentre tentava la traversata verso l’Italia, dalla Libia. Ma questa non è la cosa più terribile. In questa miseria, Khadri ripensa soprattutto a tutti i maltrattamenti che lui e gli altri migranti hanno subito durante detenzione in Libia.

Ci hanno rinchiuso in un buco per tre giorni senza bere. Ho visto un bambino morire, il suo cadavere era proprio accanto a me, a tre metri. Ciò che ho visto laggiù, talvolta mi rispunta dentro la testa e non dormo più.

Khadri Diallo, un migrante rimpatriato

Con queste premesse, i rappresentanti dell’OIM non ci hanno messo molto a convincere  Khadri che era meglio per lui rientrare nel suo paese. “Ci hanno detto che al nostro ritorno ci avrebbero dato qualche cosa e che ci avrebbero fatto realizzare dei piccoli progetti. Ingannano le persone in questo modo, e i migranti salgono nell’aereo”.  Ma quando a Khadri, lui aveva già preso la decisione di ritornare.

Al suo arrivo, all’età ormai di 38 anni, ha ricevuto la somma equivalente a 200 dollari. Ma da allora, sono ormai quattro mesi che è ritornato, non ha ricevuto nient’altro. E anche è consapevole del fatto che la cosa più importante è di essere ancora vivo,  deplora tuttavia il fatto che lui stesso  e gli altri rimpatriati del suo comune non hanno  ancora ricevuto altre forme di aiuto. “Nel comune di Vélingara, non c’è niente, niente. Siamo 317 rimpatriati, abbiamo formato un’associazione, siamo parecchi qui!”

Facendo leva su  questo numero e sulle promesse fatte dell’OIM, Khadri Diallo e altri rimpatriati sostengono regolarmente le proprie ragioni presso le autorità e le ONG locali affinché giungano gli aiuti, come promesso, per avviare dei progetti che permetterebbero loro di guadagnarsi da vivere e di sostenere le famiglie.

L’aiuto dell’OIM, un aiuto puntuale

In un villaggio in piena boscaglia, andiamo ad incontrare Diarga Baldé, un giovane migrante che è ritornato in Senegal da tre anni e che ha potuto beneficiare di un programma di reinserimento finanziato dall’OIM e dall’ONG La lumière. Quest’ultima viene in aiuto ai migranti una volta ritornati e gestisce i programmi di reinserimento finanziati dall’OIM.

In un video girato dall’OIM, Diarga spiega che l’aiuto che ha ricevuto gli ha permesso di acquistare un bue e alcune pecore. Inoltre, il comune gli ha concesso una piccolo appezzamento di terra che si è messo a coltivare con l’aiuto della sua famiglia e di alcuni paesani dei dintorni. L’ong La lumière ha finanziato anche un sistema di irrigazione per il suo campo.

Per Mame Thierno Aidara, capo dell’ONG La lumière, l’esempio di Diarga mostra che un reinserimento di successo dei migranti è possibile.

Ma quando arriviamo a Dianguet-Doulo, Diarga non c’è. È malato ed è andato a stare al villaggio di suo zio, che è più vicino alla strada, dunque meglio collegato con i servizi ospedalieri.

Ma al suo posto, è il padre, Aliou Baldé, che ci riceve. Ritorna sulle ragioni che hanno portato suo figlio a tentare l’immigrazione. Riconosce che lui stesso lo aveva  incoraggiato e che aveva venduto anche delle bestie per farlo partire.

La vita è veramente dura qui. Ci manca il cibo e non riusciamo neppure a far curare i nostri malati.

Aliou Baldé, il padre di Diarga

In effetti, il padre di Diarga ha affidato a suo figlio i proventi di un intero anno di raccolto per sostenere il costo della sua partenza verso la Libia. Ma dopo una settimana di permanenza in Libia, le disgrazie che colpiscono spesso i migranti in questo paese si sono abbattute anche su Diarga. La casa in cui si trovava è esplosa ed è sono arrivati degli spari dall’alto. Alla fine è stato rimpatriato dall’OIM, prima in Niger, poi in Senegal, oltre che con le ferite fisiche, anche con uno stress post-traumatico.

Dopo le cure fisiche e psicologiche e l’aiuto dell’OIM e dell’ONG La lumière, Diarga se è uscito e si è lanciato nelle attività agricole. Ma ora che si è ammalato, queste attività si sono interrotte..

Triste fine

Troviamo Diarga nel villaggio dello zio, molto dimagrito. Il giovane uomo che ha attraversato tutte le prove della migrazione per ritornare nel suo paese e diventare il leader della sua comunità, ha l’aria morente. Vista la situazione, non è il caro di fare una vera e propria intervista. Ma Diarga ci tiene a raccontare il suo percorso. Il suo ritorno in Senegal era del tutto volontario e l’OIM l’ha salvato, dice.

Ma oggi, la sua priorità è la salute. Chiede aiuto per potersi curare. Ha speso, per le cure e per i medicinali, tutto il denaro guadagnato grazie al suo pezzetto di terra e ha dovuto vendere del bestiame.

Né l’OIM né l’ONG La lumière sono responsabili di tutte le disgrazie che si sono abbattute su di lui e sulla sua famiglia, tuttavia la storia di Diarga solleva degli interrogativi  sul tipo di aiuto offerto ai migranti di ritorno, quando ne ricevono qualcuno.

È giusto puntare tutto sui progetti individuali, anche se un colpo di malasorte può far saltare tutto? Mame Thierno Aidara è d’accordo non noi, è giusto porre la questione. E anche se la sua organizzazione finanzia anche dei progetti comunitari, ritiene che ce ne dovrebbero essere in maggior numero,  di più larga portata e con finanziamenti a più lungo termine.

Noi  pensiamo alla formazione professionale. Vogliamo creare dei complessi agricoli. L’ideale sarebbe crearne  uno con tutte le comodità, con le risorse e con la manodopera, e con un vero sistema di irrigazione per  padroneggiare l’acqua.

Mame Thierno Aidara, capo dell’ONG La lumière

Presto, l’ONG La lumière parteciperà a un bando per il finanziamento di una trentina di progetti, ma è sicura di non potrà soddisfare alle necessità di tutti i rimpatriati di ritorno.

Del canto suo , l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM) lavora con la Direzione generale dei senegalesi dell’estero per vedere come coinvolgere le autorità locali del Senegal nel processo di reintegrazione.

Nel frattempo, Khadri aspetta sempre nel suo villaggio di Saré Bourang che si porti sostegno a lui e ai 317 migranti di ritorno con che ha formato la sua associazione. Gli dispiace sinceramente di essere partito e soprattutto, prova a scoraggiare tutti i giovani che sarebbero tentati di lanciarsi in questa avventura. Quanto a lui ha perso troppo:  oltre ai suo beni, anche la sua donna, che l’ha lasciato.

Poiché ho fallito in Libia, la mia donna se ne è andata. Sono ritornato a mani vuote. Ho provato a spiegarle, ma non ha voluto sentire ragioni, ha fatto le valigie ed è partita.

Khadri Diallo, un migrante rimpatriato

Diarga Baldé, infine, è morto quattro giorni dopo il nostro passaggio nel suo villaggio, probabilmente di un’epatite B folgorante. Aveva 28 anni.

Articolo apparso per la prima volta in francese su Radio Canada Information.