La parte dell’immaginario


di Riccardo Cappelletti

Perché abbiamo bisogno di «Storie» quando parliamo di migrazioni, segnatamente di quelle di ritorno? Quale spazio e quale ruolo per le dinamiche del racconto, in un’epoca sempre più affascinata dall’istantaneità delle comunicazioni e delle emozioni ? Le poche righe che seguono non pretendono di fornire una risposta. Non rappresentano nemmeno delle ipotetiche linee guida né una dichiarazione «globale» di intenti. Si tratta, piuttosto, di una prima, parziale messa a fuoco di un aspetto che ritengo centrale nel discutere le forme molteplici della mobilità contemporanea.

Che i processi migratori siano legati a una dimensione simbolica e, in senso lato, mitologica, è un dato che non ha (più) bisogno di molte sottolineature. Scomodando il mito non alludo a una connotazione specifica – «fittizia», apologetica, dispregiatva ecc. – dei contenuti veicolati. Penso, invece, all’elaborazione collettiva e individuale di storie che partecipano alla definizione e alla percezione dei fenomeni di cui parlano, facendone parte a tutti gli effetti.

La letteratura specialistica in materia, in particolare nei suoi approcci qualitativi, ha forgiato nozioni quali «cultura della migrazione», per analizzare il complesso di rappresentazioni, discorsi  e pratiche che concorrono a dare forma e senso all’atto del migrare. Un senso, ben inteso, che vale anche come direzione. Chi se ne occupa, solitamente, descrive i vari punti di vista in campo soffermandosi, a seconda dei casi, sui soggetti migranti, sui «lasciati indietro», sui diversi entourages di riferimento, sulle istituzioni, sulle società civili e sulle «opinioni pubbliche»– tanto dei paesi di partenza che in quelli di approdo – ecc. L’analisi di questi piani e delle loro intersezioni si associa, spesso, a comparazioni di taglio sia transnazionale che locale. In quest’ultimo caso, si dà anche spazio alle sfumature interne di culture della migrazione che chiamerò, per comodità e con una buona dose di approssimazione, «nazionali».

Se guardiamo più in particolare al Senegal, troviamo ottime analisi sulla «costruzione sociale del/della migrante» che hanno descritto (e continuano a farlo) le alterne fortune di una figura che, per ragioni storiche e socio-antropologiche, caratterizza fortemente il contesto senegalese e i suoi discorsi. In alcuni casi – a mio avviso i più illuminanti –, dando spazio e voce all’autodescrizione/autopercezione dei soggetti toccati, a vario titolo, da un progetto migratorio.

Tra le incarnazioni più eloquenti – e in un certo senso più usurate –, i «tipi» del Modou Modou e della Fatou Fatou hanno progressivamente lasciato il posto ad altre narrazioni e ad altri protagonisti, in risposta agli scossoni macro-economici e politici dello scenario internazionale. Una delle declinazioni più note di queste descrizioni, forse quella simbolicamente più pregnante, ha immortalato la vena tragica delle nuove strategie migratorie riducendola a un’opposizione basilare. Penso a quel Barça ou Barsakh (Barcellona o la morte, in una traduzione riduttiva e, in qualche modo, piuttosto enfatica) che ha canalizzato, nei primi anni Duemila, dibattiti, programmi d’azione, reportages, mobilitazioni, ecc. Non intendo discutere, qui, della pertinenza di una contrapposizione coniata, peraltro, dagli stessi protagonisti delle vicende da essa evocate. Vorrei, piuttosto, sottolineare una specie di distorsione, ben cristallizzata dal dittico partire o morire ma presente ancora, in filigrana, in certe rappresentazioni della migrazione. L’occultamento, la rimozione (dell’idea) del ritorno dall’orizzonte del discorso.

In realtà, va ricordato che alcune ricerche pionieristiche avevavo tematizzato una visione più complessa, includendo la dimensione del tornare tra le variabili fondamentali per l’analisi dei progetti migratori, tanto nella loro concezione che nella loro attuazione.  Questa tendenza si è consolidata, fin quasi a divenire la tendenza tout court, a seguito dell’aumento effettivo dei rientri, incentivato dall’ultima, recentissima crisi economico-finanziaria. Ma anche, occorre dirlo, sulla scorta di un interesse crescente degli Stati più «esposti» e/o di organismi inter e sovranazionali, chiamati a elaborare politiche di gestione bisognose di dati e informazioni in precedenza poco – o per nulla – disponibili. Con essa si è parzialmente rinnovato un altro filone interpretativo, basato sulla giunzione «storica» migranti/sviluppo (locale). Se le versioni risalenti si occupavano di rimesse e investimenti «a distanza», gli aggiornamenti recenti, soprattutto quando legati a prospettive lato sensu istituzionali, si concentrano sul soggetto rientrato/rientrante/che pensa al rientro come investitore «in presenza». Temi quali la capitalizzazione delle esperienze o dei migranti di ritorno come attori e attrici di cosviluppo, sono, oggi, sempre più al centro della scena.

Forzando un po’ l’analisi si potrebbe dire, però, che ci troviamo di fronte, anche in questo caso, a una rappresentazione monodimensionale – o monocausale. Chi sceglie di rientrare lo fa – dovrebbe farlo – perché ha un progetto imprenditoriale da realizzare. Possibilmente in uno dei settori «strategici» previsti dai diversi programmi di sostegno e/o accompagnamento esistenti.

Qualche «provocazione» preliminare: c’è (sempre) sintonia tra gli immaginari per così dire istituzionali, e quelli di chi immagina, progetta, sceglie di tornare? C’è (sempre) congruenza tra lo sviluppo tratteggiato «dall’alto» e le sue incarnazioni dal basso? C’è (sempre) armonia tra il rientro teorizzato/preconizzato per (e, a volte, con) i/le migranti e quello praticato e/o desiderato dai e dalle migranti?  Non si tratta, ancora una volta, di suggerire (ambiziosamente) delle risposte. Si tratta, invece, di scommettere sulla ricchezza e sulla complessità delle esperienze, dei vissuti, dei progetti, dei sogni. Di raccogliere le voci, le testimonianze, i racconti di uomini e donne, senza doverli obbligatoriamente incanalare in parametri e profili necessari ai decisori, ma giocoforza a loro modo costrittivi. O, ancora, di arricchire l’inventario dei miti del/sul ritorno di cui si compongono, é bene ribadirlo, le già citate culture della migrazione.

Ecco perché abbiamo bisogno di storie. Siano esse scritte, narrate, filmate, cantate, disegnate. O soltanto immaginate. Il sito ritornoinsenegal.org cerca di fare (anche) questo. Vuole essere o diventare un contenitore di immaginari che, come e con le persone, viaggiano, si incontrano, si contaminano…