La vendetta dell’uomo nero. “Fratelli d’anima” di David Diop


di Gianmarco Mecozzi

Caro Migrante X,

come va? Che stai facendo in questo giugno afoso? Dove stai portando il tuo malcontento e la tua sacrosanta rabbia?
Se non ti ricordi perché ti chiamo Migrante X e puoi andare a leggere qui e qui e qui.

Mio caro, ho letto un romanzo e voglio parlartene. Si chiama Fratelli d’anima , l’ha scritto David Diop – autore nato in Francia che vive in Senegal – ed è un libro bellissimo.
Il racconto parla di guerra, combattimenti, demoni e follia, di amicizia, doppi e di trasformazioni. Parla di vita e di morte, di senso e assurdità. Tutto quello di cui vale la pena parlare.
E, soprattutto, è un libro di vendetta (tra il Kill Bill di Quentin Tarantino e il Sembene – ma rovesciato – di La noire de…)

Ho letto una intervista sul Corriere della Sera, qui, in cui lo scrittore dichiara di sentirsi figlio di due culture, quella africana e quella europea, e di vivere armoniosamente tale fusione.

Ciò è piuttosto singolare, bizzarro quasi.
In Fratelli d’anima l’uso della lingua sì, come una scrittura sincopata e quasi jazz, parla una grammatica di armonie. Questo è vero. Non è la petite musique di Celine ma insomma la scrittura (magnificamente resa in italiano dalla traduzione di Giovanni Bogliolo) è dissonante come una partitura contemporanea, «armoniosa» come può essere una «tela di parole» di Nanni Balestrini. I capitoli del libro scorrono fluidi, come pezzi musicali davvero, uno dopo l’altro, alternati e sorretti da una struttura compiuta, concreta, solida. Niente male davvero. Una scrittura bellissima. E che infatti ha ricevuto premi un po’ dappertutto.
Fine dell’armonia.

Il libro è, da subito e lungo tutto l’alternarsi delle vicende, un atto d’accusa violento e irrefrenabile – sconvolto e sconvolgente – contro l’uomo bianco.
La descrizione della vita del protagonista è il quadro allucinato dell’insopportabile declino etico, morale, fisico e psicologico di un uomo nero. Ci si sente (anche) male leggendo questo libro.
A quest’uomo, in una parabola quasi didascalica, viene insegnato – dall’esperienza quotidiana e dalle sue logiche conseguenze – a comportarsi come un demone, un divoratore di anime (dëmm in wolof). Il libro è in certi passaggi quasi illeggibile per quanto è indiscutibile la moralità – quasi – dei ragionamenti del protagonista.
Ecco cos’è questo libro: il racconto mistico (e didattico) di un passaggio rituale: da uomo a demone.

Sono l’ombra che divora le rocce, le montagne, le foreste e i fiumi, la carne degli animali e quella degli uomini. Scuoio, svuoto i teschi e i cadaveri. Mozzo le braccia, le gambe, le mani. Fracasso le ossa e ne succhio il midollo. (…) Sono l’inizio e la fine. Sono il creatore e il distruttore (…).

La causa di questa parabola, tra mani mozzate, gole tagliate e uno stupro finale terrorizzante, è sempre – che l’autore ne sia consapevole o meno – l’azione dei bianchi, diretta o indiretta: la colonizzazione, la guerra, la sottomissione fisica e culturale, il potere assoluto e la schiavitù come modo di vita.
La domanda implicita di questa favola nera è: cosa accade quando vieni trattato – per tutta la tua vita, da quando sei bambino a quando diventi un uomo – come uno schiavo?
La risposta del libro è: ti trasformi in un demone vendicatore.

Questo libro può essere letto come un monito, un avvertimento. Tutto quello che l’uomo bianco ha fatto – e continua  a fare – torna sempre indietro in forme inedite e spaventose.
Torna sempre indietro.

Verso la fine del libro l’autore scrive che spesso chi «racconta una storia conosciuta (…) vi può nascondere dentro un’altra storia» e che essa

(…) per essere percepita, la storia nascosta sotto quella conosciuta deve lasciarsi intravedere un pochino. (…) La storia nascosta deve esserci senza esserci, deve lasciarsi indovinare (…). Deve trasparire. Quando viene capita da quelli a cui è destinata, la storia nascosta può cambiare il corso di una vita, spingerli a trasformare un desiderio diffuso in un atto concreto. (…) contro ogni aspettativa di un narratore malintenzionato.

In questa «storia conosciuta» che racconta del declino inarrestabile di un uomo nero, di uno schiavo, – fino alla follia e alla morte – c’è forse una storia nascosta di cui l’autore stesso non si rende conto, o non ne vuole parlare: la storia nascosta di una vendetta contro l’uomo bianco.