Le migrazioni di ritorno in Africa: i flussi da nord a sud


di Cecilia D’Abrosca

L’espressione “migrazione di ritorno” va ricondotta ad una dimensione di realtà che negli ultimi tempi sta interessando l’Africa. La comunità scientifica internazionale ha iniziato a inseguire la direzione del cambiamento, dedicando allo studio dei flussi migratori al contrario un’attenzione costante e non marginale.

La corrente delle ultime ricerche riguarda i migranti che, dopo aver vissuto in Europa o altrove per un medio o lungo periodo, decidono di fare ritorno nel paese di nascita per rimettersi in gioco. Gli studi hanno ad oggetto un profilo di migrante che ha sviluppato competenze e ha acquisito qualifiche professionali all’estero, frammiste ad un background formativo e culturale incisivo.

Come avviene il loro inserimento nel tessuto sociale e politico africano? Qual è l’atteggiamento maturato nei loro confronti, da parte di coloro che non hanno mai lasciato il paese? In quali condizioni è possibile parlare di un “ritorno di successo”?

Una nuova collezione, Africa’s Return Migrants, ha provato a rispondere a questi e ad altri interrogativi attraverso un lavoro etnografico basato su sette casi di studio. Le autrici del testo, Lisa Akesson e Maria Eriksson Baaz, entrambe docenti universitarie in una università svedese, si sono avvicinate alla questione della migrazione al contrario che si sta verificando in Africa per meglio analizzare e comprendere la posizione dei “nuovi arrivati” nelle città, in relazione all’aspetto socioculturale, lavorativo e politico.

Lo studio intende seguire il percorso inverso compiuto dai migranti e ha come obiettivo quello di rilevare le variabili che determinerebbero il successo  una volta tornati in Africa: è legato a competenze professionali, all’esperienza accumulata, ai legami sociali stabiliti in Africa, all’intraprendenza?

Africa’s Return Migrants (Zed Books) fa il punto dell’esperienza migratoria “al contrario”. Come osservato dalle autrici nell’introduzione, si tratta di un fenomeno che sta alimentando un entusiasmo collettivo verso una migrazione volontaria, di ritorno, sostenuta dall’emergere di politiche che agevolano un “ritorno di successo”. I migranti sono visti dalla comunità come “agenti di sviluppo”, ovvero i portatori di capitale, abilità e attitudini acquisite nel cosiddetto Nord del mondo.

Tale riconoscimento si pone come strumentale al raggiungimento di condizioni di vita di qualità più elevata in alcuni paesi africani. Avendo, per così dire, “un piede in entrambi i mondi”, i migranti di ritorno fungono da intermediari tra le proposte inerenti lo sviluppo sociale e il dibattito politico, da un lato, e tra i valori culturali e le pratiche locali, dall’altro.

Uno dei punti focali emersi dallo studio presentato nella raccolta si collega agli “agenti di sviluppo” e alla loro sopravvalutazione all’interno del paese di origine, in termini di guadagno economico conseguito all’estero, di acquisizione delle conoscenze e d’integrazione culturale. La ricerca mostra che, in molti paesi europei, i migranti africani sono soggetti a esclusioni multiple e  il loro impiego in lavori sottopagati e poco qualificati è frequente. Inoltre, come evidenziato, la gestione di un ritorno di successo presuppone una notevole capacità di negoziazione nei contesti locali – inclusi quello politico e legislativo, delle infrastrutture pubbliche e delle reti sociali – così come un complesso campo esperienziale.

I contrasti tra la situazione politica e la realtà vissuta dai migranti, al ritorno nei loro paesi, vengono esaminati in diversi capitoli del testo. La ricerca di Lisa Akesson nell’isola di Capo Verde rivela che molti non stringono legami con i politici e con gli agenti doganali, per questo motivo non sono ritenuti in grado di soddisfare le aspettative del governo in termini di sviluppo economico. In Senegal, dove la migrazione di ritorno è incoraggiata dalla politica nazionale, la ricercatrice Giulia Sinatti mostra che, contrariamente alle previsioni, le risorse locali sono cruciali per un business di successo tanto quanto all’estero.

Il ritorno alla Repubblica Democratica del Congo, dichiara Maria Eriksson Baaz, è piuttosto consistente, non tanto per l’accesso privilegiato che esso implica, quanto per le modalità di sussistenza e di investimento di cui usufruiscono le persone che ritornano, che coincidono con quelle dei residenti. Nel frattempo, Katarzyna Grabska problematizza la nozione secondo cui la modernità e lo sviluppo sono associati al Nord, utilizzando come punto di partenza il suo studio sulle esperienze delle giovani donne che tornano nel Sud Sudan dai campi profughi del Kenya.

Mentre i discorsi neoliberisti dei paesi del Nord e le politiche nazionali di sviluppo dei paesi africani si concentrano sul valore economico che comporta la migrazione di ritorno, i contributi contenuti nel testo, che fanno capo a docenti e ricercatrici, sottolineano il ruolo del capitale sociale nella gestione di un ritorno ben riuscito.

Nauja Kleist suggerisce che per il ritorno in Ghana la padronanza delle “regole locali del campo” e delle reti translocali formano le premesse ad un ritorno di successo. Tove Hegli Sagmo sostiene che per i migranti del turbolento Burundi le connessioni locali e la creazione di rapporti fiduciari sono importanti tanto quanto il capitale finanziario, ma la costruzione di reti sociali non è una cosa agevole ed immediata. Infine, Laura Hammond ha scoperto che in Somaliland alcuni residenti percepiscono i migranti della diaspora come una risorsa per trarre vantaggio in termini di pace e di sicurezza, a spese di quelli che non hanno lasciato il paese.

In un mondo sempre più globalizzato e ancora ineguale, il rapporto tra i flussi diasporici e lo sviluppo sociopolitico africano è complesso ed eterogeneo. Negli ultimi anni, l’influenza delle rimesse degli immigrati ha ricevuto un’attenzione considerevole da parte degli studiosi, mentre uno sguardo più superficiale è stato riservato al ritorno fisico dei migranti africani. I casi studio presi in considerazione aprono nuovi spazi di riflessione e di indagine, dimostrando attraverso accurati esempi empirici che l’esperienza della migrazione di ritorno è una dimensione del sociale che presenta dinamiche sfaccettate e controverse.

Gli studi condotti non fanno che inquadrare la posizione dei migranti di ritorno nell’ambito di una politica economica di sviluppo, piuttosto che fossilizzarsi sulle sfide quotidiane, personali ed emotive da loro affrontate. Si tratta di un argomento cruciale ma, come Madeline Wong ha mostrato nel suo lavoro sui migranti altamente qualificati del Ghana, i due aspetti non possono essere scissi in maniera semplice.

Il risentimento dei colleghi africani, le aspettative di genere e le diverse culture con le quali si interagisce nel posto di lavoro possono causare frustrazioni nella sfera personale e professionale. Una linea di ricerca poco esplorata si collega all’immagine che ciascun migrante costruisce di sè durante l’iter migratorio e alla modalità attraverso cui essa s’interseca al panorama politico ed economico del paese africano natìo. Nena News

Articolo originariamente apparso sul sito nena-news.it