Le migrazioni di ritorno nell’epoca della mobilità transnazionale. Senegalesi tra immaginario, pratiche e politiche del ritorno


di Sebastiano Ceschi

Nonostante le migrazioni di ritorno siano un campo ancora non sufficientemente esplorato della mobilità transnazionale, l’interesse e la conoscenza per questi fenomeni sono cresciuti sensibilmente negli ultimi due decenni. Nel mondo accademico e della ricerca la visione tradizionale del ritorno, basata su un’ottica assimilazionista che lo considerava una  soluzione «di ripiego» per quella minoranza di migranti che non riusciva ad integrarsi e perciò faceva definitivamente ritorno, è stata radicalmente contestata a favore di una concezione più aperta e «polifasica» (Maitilasso 2012; 2014). Il ritorno è ormai considerato all’interno dei migration studies non più come la chiusura del percorso di migrazione e il contrappunto finale della partenza, ma come un atto non definitivo, reversibile, una possibile tappa di una migrazione potenzialmente circolare o ricorsiva, spesso aperta a nuovi movimenti (Black, King 2004; Cassarino 2004; Sinatti 2011). Non solo la possibilità di fare rientro al proprio paese è stata riconosciuta come diffusa, praticabile e multiforme, ma è stata anche valorizzata nel nuovo discorso sul co-sviluppo, non senza una certa retorica, come grande e positiva opportunità di sviluppo per i paesi di origine dei migranti (Marabello 2014; Ceschi, Mezzetti 2012; Faist 2008; Black, King e Tiemoko 2003). Anche le classiche definizioni delle forme del ritorno sono state sostituite da più raffinati tentativi tipologici e concettuali, più attenti ad incrociare ed articolare i motivi del rientro (riuscita, fallimento, bilancio dei rischi/opportunità, obblighi amministrativi, fine dei termini della permanenza, richiamo della famiglia etc.), le sue modalità (volontario/forzato, autonomo/accompagnato, fisico/virtuale), la sua durata (permanente/temporaneo) ed i luoghi della sua realizzazione.

La prospettiva transnazionale (Glick-Schiller et al. 1992; Portes et al. 1999; Vertovec 1999, 2004; Kivisto, 2001; Waldinger 2008), in linea con la propria vocazione ad una visione «dal basso» dei processi migratori e con la tendenza «a prendere sul serio i migranti» (Brettel 2008; Riccio 2014), ha contribuito ad indagare il punto di vista dei diversi attori sociali coinvolti dal ritorno, studiando più da vicino le pratiche, le aspettative, i miti, i problemi e le ricadute dei percorsi di rientro e contribuendo ad evidenziare la reale complessità e l’intreccio di variabili sociali, individuali, famigliari, economiche e politico-istituzionali in gioco nei diversi luoghi di vita dei migranti. La problematizzazione del ritorno, non più da vedersi come oggetto lineare e compatto ma come nebulosa di pratiche plurali e diversificate, ha avuto il merito di mostrare aspetti ancora poco considerati quali, ad esempio, la delicatezza dei processi di ritorno e di reinserzione sociale economica e culturale dei migranti (Cassarino 2015); oppure, più specificamente rispetto ai senegalesi, la forte tensione tra una «ideologia della permanenza» che alimenta il mito del ritorno definitivo del «buon senegalese» (Ceschi 2001), e pratiche ed attitudini più transnazionali, orientate al pendolarismo tra le due sponde della migrazione (Sinatti 2011; Bassani 2010).

Soprattutto, dalle ricerche recenti, è emersa in tutta la sua chiarezza la distanza, se non la divaricazione, tra le logiche e le progettualità dei migranti e dei loro famigliari e le logiche e gli obiettivi dei poteri pubblici deputati alla promozione delle politiche del ritorno (Flahaux, Kabbanji 2013; Sinatti 2014; Diedhiou 2014). Il percorso di rientro è articolato, si sviluppa attraverso un itinerario complesso (la formazione della motivazione al ritorno, la sua preparazione su entrambe le sponde della migrazione, la sua messa in pratica) e non facilmente generalizzabile, ma è invece intriso di prospettive soggettive, relazioni ed opportunità personali e sociali che necessitano di specifica considerazione. A fronte delle richieste dei migranti di attenzione dedicata, di plasticità delle forme e delle condizioni di sostegno, di coraggio politico e capacità organizzative, le policy e le amministrazioni pubbliche dei paesi di destinazione e di origine rispondono ancora con ritardo, miopia, misure insufficienti e omologate e, non raramente, obiettivi divergenti.

Certamente, a partire dai paesi di destinazione – attraverso qualche programma di cooperazione internazionale e di co-sviluppo o mediante l’accesso a programmi pubblici di sostegno – oppure direttamente nei paesi di origine – grazie alla costituzione di istituzioni, iniziative e misure specificamente rivolte a favorire il ritorno dei propri cittadini – un certo numero di migranti è potuto rientrare usufruendo, a seconda dei casi, di qualche forma di supporto istituzionale (piccoli finanziamenti a fondo perduto, incentivi fiscali e amministrativi, assistenza e accompagnamento, formazione e inserimento all’interno di progetti nazionali e internazionali, accesso facilitato al mercato del lavoro in ottica di trasferimento delle competenze).  Tuttavia, anche se le retoriche prevalenti del triple win scenario postulano vantaggi e benefici dei movimenti di rientro per tutti gli attori in gioco (paese di destinazione, paese di origine e migranti stessi con le loro famiglie), le politiche attive del ritorno risentono di numerosi limiti qualitativi e quantitativi, incluso il maggiore coordinamento tra gli stati implicati, e non sono risultate finora molto efficaci nel superare le difficoltà insite nei processi di rientro e a promuovere il tanto decantato «sviluppo». La gran parte dei ritorni si caratterizza, infatti, per le problematicità della reinserzione economica e socio-culturale, le difficoltà di consolidamento e sostenibilità delle piccole attività avviate in patria, la delusione per le misure di sostegno disponibili, le barriere agli investimenti e l’ambiente amministrativo, economico e lavorativo del paese di origine. D’altra parte, anche sul lato dei migranti, si rileva una scarsa return preparedness, intendendo con questo termine quel processo attraverso cui un migrante struttura, nel tempo e sulla base delle condizioni strutturali e contingenti esistenti, le abilità necessarie a costituire quel nucleo di risorse tangibili e intangibili utili al proprio rientro (Cassarino 2000).

Anche nello specifico caso senegalese, si confermano sia le difficoltà di matching tra le condizioni e gli impedimenti delle disposizioni pubbliche indirizzate ai migranti di rientro e le richieste ed i bisogni di chi fa ritorno, sia la diffusa vaghezza e fragilità dei progetti di rientro dei migranti (spesso conclusi con fallimenti), così come la loro scarsa competenza tecnica e la ritrosia ad utilizzare programmi di appoggio al rientro (Gelpi 2010).

In Senegal, senza dubbio la migrazione ha generalmente determinato un avanzamento della condizione familiare di partenza, rivelandosi un fattore di miglioramento della qualità delle case, dell’accesso alla proprietà, all’affitto e agli investimenti (Beauchemin et alii 2013; Dimé 2015). Tuttavia è ancora difficile misurare l’impatto e la sostenibilità nel tempo delle azioni economiche dei migranti di ritorno sullo sviluppo, anche per il fatto che in Senegal, come in molti altri paesi, ci si confronta, tra le altre cose, con la mancanza di dati statistici e di studi sistematici sui ritorni e più in generale sui movimenti migratori (Ndiaye 2014). Solamente i migranti che comunicano ufficialmente il loro rientro alle autorità e quelli che passano dai diversi programmi esistenti, quali il FAISE, il Plasepri per l’Italia e il PAISD per la Francia, o dalle diverse istituzioni senegalesi deputate al trattamento del dossier ritorno (sportelli BAOS nelle ambasciate/consolati all’estero, MAESE – Ministère des affaires etrangèrs et des sènégalias de l’extérieur – agenzie di promozione degli investimenti come Apix e Adepme) lasciano traccia statistica. Simmetricamente, i paesi di immigrazione sembrano tenere in debita considerazione contabile solo i ritorni forzati (pochissimi per il Senegal) e i ritorni volontari assistiti (RVA), di cui si tiene contezza numerica all’interno dei numerosi programmi pubblico-privati sviluppati negli ultimi dieci anni.

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