L’esperimento della regione di Kaolack


di Riccardo Cappelletti

L’adozione del Codice generale delle Collettività locali, avvenuta nel dicembre 2013, ha dato avvio alla cosiddetta terza fase del decentramento amministrativo senegalese.

Benché, sul piano squisitamente storico, si tenda a far risalire l’avvio delle politiche di decentralizzazione alla fine del XIX secolo, con la creazione dei « 4 comuni di pieno esercizio » (Dakar, Rufisque, Sant-Louis, Gorée) da parte dell’amministrazione coloniale francese, è con il XX secolo, segnatamente con l’accesso alla sovranità internazionale post-indipendenza, che si è assistito a un’accelerazione decisa in materia.

Sul finire degli anni Sessanta del Novecento, infatti, il nuovo Stato, alle prese con una riorganizzazione territoriale e istituzionale di grande portata, si è lanciato in una serie di riforme volta a modificare progressivamente – e in profondità – l’assetto globale del paese.

Restando nell’ambito ristretto del decentramento sono, appunto, tre gli snodi epocali solitamente rievocati per sintetizzare e presentare le specificità del percorso senegalese sul tema.

Dopo una riforma seminale del 1972, celebre, tra gli altri aspetti, per la creazione/messa in opera delle comunità rurali e per l’avvio effettivo delle dinamiche di “deconcentrazione”, è stata la volta di una seconda, rilevante tappa datata 1996, passata agli onori delle cronache come il primo tentativo sistematico di regionalizzazione.

L’ « Atto Terzo » di fine 2013, inscrittosi in continuità con i suoi predecessori pur smarcandosene significativamente in alcuni punti chiave – non da ultimo, la perdita dello status di collettività locale della Regione –, ha inaugurato quella che, nell’opinione prevalente, dovrebbe costituire la fase matura – finale ? – di una parabola già piuttosto lunga.

Non è questa, chiaramente, la sede per passare in rassegna la complessa architettura normativa, organizzativa e regolamentare prevista dal suddetto Codice. L’aspetto che mi preme sottolineare è, piuttosto, l’innesco di alcuni cambiamenti lato sensu istituzionali riscontrati nei (circa) cinque anni circa dalla sua entrata in vigore.

Nuovi organismi hanno visto la luce, nell’ottica di articolare ulteriormente il lavoro di organi preesistenti quali l’Agenzia di sviluppo locale e le Agenzie regionali di sviluppo, a loro volta emanazione diretta delle riforma del 1996.  Va menzionata, di passaggio, la Commissione nazionale del dialogo dei territori, insediatasi nel dicembre 2015 con l’intento di «creare un meccanismo per circoscrivere e raccogliere le informazioni territoriali conformemente al modello delle politiche pubbliche consacrato dall’Atto Terzo del decentramento». Ma occorre anche ricordare la creazione dell’Alto Consiglio delle Collettività Territoriali (denominazione che ha preso il posto della vecchia Collettività Locali), avvenuta nell’ottobre 2016, che mira espressamente a «rinforzare la partecipazione attiva degli attori territoriali alla definizione, alla messa in opera e alla valutazione delle politiche pubbliche territoriali, allargando gli spazi di dialogo di consultazione e di concertazione nel processo di presa di decisioni che interessano la vita delle collettività territoriali».

Nuovi meccanismi di programmazione/planificazione finanziaria e di gestione della fiscalità locale hanno continuato – e continueranno –  a essere implementati

Forme inedite di cooperazione dentralizzata (come, per esempio, quella tra i Dipartimenti senegalesi e i loro omologhi francesi o, su scala diversa e con una storia differente, tra città senegalesi e loro omologhe europee o americane) sono state e vengono speriementate.

Lo stesso “lessico” della decentralizzazione ha registrato delle mutazioni, come l’enfatizzazione di alcune parole chiave che accompagnano progetti e programmi, quale che sia il livello istituzionale coinvolto (centrale, regionale/dipartimentale/locale)  e/o il tipo di soggetti implicati (agenzie governative, ONG, investitori privati ecc.). Accanto all’onnipresente – e risalente – « trasferimento di competenze », la semantica della territorializzazione (delle politiche pubbliche, dei progetti di sviluppo…) primeggia, ad oggi, largamente con i suoi corollari in termini di prossimità (reciproca) tra cittadini e istituzioni, approccio partecipativo ai processi decisionali, governance locale ecc.

Il documento

Gli elementi “di contesto” appena ricordati, tralasciando molte variabili che uno studio più esaustivo dovrebbe assolutamente considerare, sono la cornice in cui inserire un recentissimo provvedimento del Governatore delle regione di Kaolack.

Mi riferisco all’Arrêté del 25 maggio 2018 sulla  «Creazione, organizzazione e funzionamento di un “Quadro regionale di coordinamento e di concertazione sulla migrazione e lo sviluppo locale” nella Regione di Kaolack».

Al di là della tematica migratoria, evidentemente in linea con gli obiettivi del nostro sito che giustificherebbe di per sé la menzione di tale documento, è soprattutto il suo carattere (largamente) inedito a meritare una segnalazione. A mia conoscenza esso resta, a tutt’oggi, un unicum nel suo genere che, con le correzioni e gli adattamenti del caso, ma soprattutto dopo le prime prove concrete, potrebbe ispirare altri soggetti/attori locali nel prossimo futuro.

Eccone alcuni snodi principali, rinviando alla lettura del testo integrale per una disamina esaustiva.

La “genesi”, innazitutto. Il decreto in questione è il risultato dei lavori e delle indicazioni di un forum regionale su Migrazioni e sviluppo locale tenutosi a Kaolack l’8 e il 9 maggio 2018.

La missione e gli obiettivi (art.2). Tra i compiti del Quadro spiccano : l’orientamento degli attori della migrazione verso interventi finalizzati allo sviluppo locale; l’accompagnamento delle collettività locali nell’elaborazione, nell’esecuzione e nella valutazioni di programmi ad hoc; l’armonizzazione degli interventi dei diversi soggetti interessati, a vario titolo, dai fenomeni migratori; l’identificazione degli ostacoli strutturali e congiunturali per un’adeguata gestione locale della migrazione.

La composizione (art.3). Oltre al presidente – il Governatore della Regione o un suo rappresentante – al coordinatore – il direttore dell’Agenzia regionale di sviluppo – e al segretario il Quadro prevede una lunga lista di membri che spaziano dai rappresentanti della società civile alle agenzie governative, dal mondo della Cooperazione al patronato, dal settore bancario/finanziario all’associazionismo giovanile, dalle associazioni di migranti alla Camera di commercio, agricoltura e industria e alla Camera dei mestieri. Una rappresentanza plurale, suscettibile di accogliere, inoltre, “ogni persona suscettibile di contribuire alla missione del Quadro di coordinamento”.

L’organizzazione interna (art.4). Per rispondere adeguatamente ai diversi obiettivi prefissati il Quadro ha previsto una strutturazione in tre collegi, ciascuno dei quali dotato di una competenza specifica che si riflette nel profilo dei membri che lo compongono. Il collegio «Governance e gestione locale della migrazione» ; il collegio «Inquadramento tecnico, inserzione, impieghi» ; il collegio «Accesso ai servizi finanziari per i migranti».

Modalità di funzionamento (art.6). Il decreto prevede che il Quadro si riunisca almeno una volta al mese e, fattore importante in vista (anche) delle future analisi sull’impatto effettivo della struttura, che produca un rapporto trimestrale di controllo.

Qualche prima considerazione

In attesa che il Quadro della regione di Kaolack possa inziare concretamente le sue attività, ivi compresa la redazione del primo rapporto trimestrale, vorrei condividere alcuni spunti da verificare progressivamente.

In primo luogo, benché il testo non presenti alcun riferimento esplicito alle migrazioni di ritorno, è piuttosto chiaro come il tema dell’attrattività per gli investimenti/investitori “di rientro” sia uno dei criteri principali d’ispirazione. Si pensi, ad esempio, alle attività del collegio dedicato alle opportunità finanziarie per i migranti : stanti le criticità più volte evidenziate riguardo all’approccio “centralizzatore”, l’opzione di una “delocalizzazione” dell’accesso ai servizi pare rispondere alle inquietudini di molti soggetti che, in questi ultimi anni, hanno tentato, con alterne fortune, di beneficiare dei vari programmi esistenti. L’idea di una struttura di prossimità potrebbe fornire, inoltre, una risposta alla perdita di “capitale sociale/relazionale” a volte riscontrata in chi ritorna nel contesto di origine dopo un’assenza più o meno prolungata.

Un secondo aspetto di rilievo mi pare risieda nella ricerca di una rappresentatività effettivamente plurale nella composizione della struttura. Leggendo la lista (provvisoria) degli enti, degli organismi, delle associazioni abilitate a far parte del Quadro di concertazione si ha l’impressione di una cartografia sufficientemente esaustiva degli attori potenzialmente in gioco quando si tratta dello snodo migrazioni/sviluppo locale. Ma sarà soltanto il lavoro “sul terreno” a mostrare quanto e come una composizione teoricamente elastica e multisettoriale si tradurrà nella valorizzazione effettiva dell’apporto di tutte le componenti.

Un terzo elemento interessante risiede nell’idea di fare del Quadro un’interfaccia strategica tra potenziali investitori e specificità situate, come si evince dagli accenni all’«orientamento» e all’ «armonizzazione » delle azioni e degli interventi in materia migratoria e di progetti di sviluppo. Secondo una logica di valorizzazione delle filiere e delle competenze locali, basata sulla conoscenza dei contesti socio-culturali, economici e lato sensu politici, il bagaglio di saperi a disposizione della struttura promette una migliore allocazione di risorse e conoscenze. O, per dirla con gli economisti, un miglior adeguamento tra domanda e offerta. Immaginando una riproposizione del modello nelle altre 13 regioni del paese ciò potrebbe tradursi in un dialogo tra i vari Quadri in grado di far emergere, di volta in volta, i siti più indicati a seconda dei profili d’investimento in campo.

A fronte delle perplessità sull’efficacia della via senegalese alla decentralizzazione sottolineate, sovente, dalla letteratura specialistica, come pure di alcune difficoltà logistiche e finanziarie spesso denunciate dalle stesse autorità locali, l’esperimento del Quadro regionale di Kaolack pare candidarsi a eccellente banco di prova per riflettere concretamente sulle une e sulle altre.