Migrante X – Cinema, schiavitù, migrazioni


di Gianmarco Mecozzi

È importante capirci fin da subito.

Quando, qualche anno fa, ho lavorato con i richiedenti asilo (tutti africani: nigeriani, senegalesi, gambiani…), mi ricordo che un giorno abbiamo parlato di modelli. Cioè io gli ho chiesto chi erano i loro modelli di vita, a chi si ispiravano insomma, quali erano i loro «miti». È stato abbastanza scioccante: non conoscevano Che Guevara e Marx, non conoscevano gli scrittori europei, Dostoevsky o Shakespare, non conoscevano Freud o Platone, nemmeno Kurt Cobain e i Nirvana, Jim Morrison o i Beatles. Cioè, sia chiaro, non è che li conoscevano ma non erano i loro modelli. No, non li conoscevano proprio. Non ne avevano mai sentito parlare.

In poco tempo ho realizzato che non condividevamo nessuna mitologia, per così dire, nessun modello di vita. L’unico personaggio che entrambi stimavamo e riconoscevamo come nostro modello era Bob Marley (alcuni conoscevano anche Nelson Mandela ma con sentimenti misti mentre Bob lo adoravano tutti).  Io d’altra parte non conoscevo nessuno dei loro «miti». Proprio nessuno.

Anche considerando la diversità di età (dieci anni più o meno) è un po’ poco, ne converrete, per parlare una lingua comune, se l’immaginario è così diverso, voglio dire, così separato e così lontano. Quindi non prestiamoci a equivoci e cerchiamo di capirci e apriamo un canale di comunicazione reale, se possibile. Mio caro Migrante X che stai leggendo (tu, futuro migrante o migrante che sei tornato, migrante «in potenza» ancora indeciso sulla tua partenza o sul tuo ritorno): tu sai chi è Malcolm X?

Per precauzione, facciamo un piccolo riassunto (sicuramente insufficiente) e intanto vai a vedere qui o anche qui.

Malcolm X è un afroamericano, un nero che è vissuto negli Stati Uniti e che negli anni Cinquanta e Sessanta è stato un leader dei movimenti radicali per i diritti dei neri negli States.

Il suo vero nome era Malcolm Little, era famoso, seguito e stimato per le sue capacità oratorie, per la sua fine intelligenza e per le sue idee radicali, molto radicali. Fu ucciso proprio all’apice della battaglia per l’uguaglianza dei neri, ma, ecco cosa ci interessa: perché si faceva chiamare Malcolm X?

Perché, così scrive wikipedia:

«Storicamente, agli schiavi neri degli Stati Uniti d’America veniva assegnato il cognome dei loro padroni. Sebbene non fosse figlio di schiavi, l’origine del suo cognome di nascita era riconducibile ai padroni presso cui avevano servito un tempo i suoi antenati. La scelta di “X” come cognome volle dunque rappresentare il rifiuto di accettare questo legame anagrafico con i padroni di un tempo».

Cioè il cognome X che Malcolm Little si è dato significa rifiuto di «essere come volete voi» («voi» qui significa gli schiavisti, i razzisti, gli americani bianchi «medi» di allora), rifiuto di essere schiavo, rifiuto di una genealogia falsa: piuttosto che  «essere chi dite voi» preferisco essere nessuno, preferisco essere X.

Bene. È chiaro?

Io ti chiamo Migrante X per lo stesso motivo. Perché mi rifiuto di vedere in te quello che i razzisti (gli «schiavisti» di oggi, proprio così) dicono che tu sei. Perché tu non sei quella cosa là che tutti i giornali e tutte le televisioni dicono. Finché non parli tu stesso e non dici chi sei, per me tu sei X. Migrante X.

Lo so. C’è chi si domanderà: con il nome Migrante X (e il parallelo con Malcolm X) vuoi forse dire che le migrazioni odierne sono il seguito della schiavitù del passato? Vuoi forse dire che i migranti di oggi sono i nuovi schiavi? O forse vuoi significare un superamento, un passaggio di fase da uno stato di disperazione e povertà, esclusione ed emarginazione, a uno stato di assunzione di responsabilità sociale e politica, lotta e auto-affermazione di sé?

Su Malcolm X hanno scritto molti libri, hanno fatto molti film, molti documentari. Molto si è detto, molto si è scritto, sulla sua vita, su quello che ha scritto e fatto, su come è morto. Un film in particolare è diventato molto famoso perché è stato girato da uno dei registi afroamericani più importanti degli ultimi anni: Spike Lee. Un film che è stato visto da molti e ha capovolto l’immagine altrimenti tutta negativa di Malcolm X anche presso gli uomini bianchi, soprattutto americani (perché in Europa Malcom X è sempre stato rispettato e ascoltato e i suoi libri letti e citati).

Ma sì, togliamoci il pensiero, e per capire perché usiamo il nome Migrante X, parliamo un po’ di una scena di questo film. Che è un’opera complessa, radicale, retorica, con pezzi trascinanti ed indimenticabili.

La prima scena di cui parliamo, caro Migrante X, la  puoi vedere qui. Prima guardala tutta.

Questo spezzone, questa scena di danza irrefrenabile,  è davvero irresistibile. Si tratta dell’apice della prima parte del film che racconta la vita di Malcolm Little prima di diventare Malcolm X. La prorompente vitalità del popolo nero afroamericano (io in verità parlerei di proletariato nero), non è mai è stata espressa meglio. Questo affresco «atletico» e sensuale (il coreografo è Frankie Manning e la danza si chiama Lindy hop, vedi qui) è un vero omaggio alla «negritudine», all’orgoglio nero, ancora prima della politica, prima di ogni tipo di rivendicazione, molto prima di ogni cosa, ci sta la danza, feroce, questa danza: pura vita.

Malcolm Little qui è ancora un piccolo furfante, un ladro, un impostore che cerca di sbarcare il lunario come tutti i proletari americani dell’epoca, neri o bianchi che siano (ma per i neri, si sa, era ed è una condanna) cioè rubando, truffando, finendo in galera. Come intrappolato, prigioniero in una vita già scritta da altri.

Ecco qua, mi pare che tu Migrante X, voi tutti migranti, state in questo pezzo di film qui.

Ascolta. Verso la fine di questa prima parte sentiamo la voce di Malcolm X , ormai militante dei diritti dei neri, che ricordando quel periodo e i suoi compari di allora, dice: «Eravamo tutte vittime del sogno americano».

Ecco, esattamente nello stesso modo voi Migranti X oggi siete: «Vittime del sogno europeo». Mica male, no?

Seguimi Migrante X che ci divertiremo.

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