NASPI e lavoratori stranieri. Cosa c’è da sapere prima di recarsi nel Paese di origine


di Annamaria Vitelli

In questo articolo parleremo del sussidio di disoccupazione, il sostegno economico che l’INPS garantisce ai lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il posto di lavoro. Se il lavoratore è uno straniero, ci sono alcune cose in più da tenere a mente.

Iniziamo con la definizione dell’acronimo NASPI: “Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego”, introdotta con il Decreto Legislativo n. 22 del 4 marzo 2015, ovvero un’indennità mensile di disoccupazione, che ha la funzione di fornire una tutela di sostegno al reddito ai lavoratori con rapporto subordinato che hanno perduto involontariamente la propria occupazione. La NASPI sostituisce le prestazioni chiamate ASPI e mini-ASPI, ambedue in vigore dal 1 gennaio 2013 al 30 aprile 2015, che a loro volta sostituivano la precedente  indennità di disoccupazione.

La platea cui la NASPI si rinvolge è descritta all’art. 2 del Decreto Legislativo citato e consiste nei lavoratori dipendenti, con esclusione di coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato con la pubblica amministrazione e degli operai agricoli a tempo determinato o indeterminato (i braccianti agricoli godono di un sistema di tutele speciale).

Ciò detto, non si rinviene nella norma alcuna preclusione ostativa all’insorgenza del diritto in capo a lavoratori extracomunitari, purché in possesso, al pari dei lavoratori italiani o cittadini dell’Unione, degli ulteriori requisiti prescritti e così:

  • possano far valere, nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, almeno tredici settimane di contribuzione;
  • possano far valere trenta giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei dodici mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

Inoltre, precisa l’art. 3 del  Decreto Legislativo citato, che il diritto si ha anche per coloro che hanno rassegnato le dimissioni per giusta causa e nei casi di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro intervenuta nell’ambito della procedura conciliativa svolta innanzi alla Direzione territoriale del lavoro.

Per ottenere la NASPI va presentata una “domanda di disoccupazione” all’INPS, o direttamente on line con Pin dispositivo o, in alternativa, tramite un Patronato. Contestualmente va firmata la “DID”, ovvero la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro entro 15 giorni dalla presentazione della domanda, va sottoscritto un contratto tra il lavoratore ed il centro per l’impiego – patto di servizio personalizzato- con assunzione di impegni reciproci.  Tali obblighi prevedono per il beneficiario la partecipazione a colloqui informativi o a corsi di formazione; inoltre il beneficiario è tenuto ad accettare offerte di lavoro “congrue”, cioè coerenti con le sue esperienze lavorative precedenti.

Molti lavoratori stranieri disoccupati, nel periodo in cui fruiscono della NASPI, pensano di recarsi nel Paese di origine, per ricaricare le energie in questo periodo di stop lavorativo forzato. Ma è possibile andare all’estero?

Durante il periodo di percezione del sostegno al reddito è possibile recarsi all’estero, in Paese comunitario o extracomunitario senza giustificarne le ragioni e continuando a percepire la prestazione; permangono, tuttavia, in capo all’interessato, i vincoli previsti nel patto di servizio, la cui violazione comporta l’applicazione delle conseguenti misure sanzionatorie consistenti – a seconda dei casi – nella decurtazione o nella decadenza dalla prestazione. Sul  punto risulta esplicativa la Circolare INPS del 28 novembre 2017 n. 177 emessa a seguito del nuovo orientamento giurisprudenziale fornito dalle sentenze n. 16997 del 10 luglio 2017 e n. 21564 del 18 settembre 2017, della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione.

Ciò significa che il solo abbandono del territorio nazionale non comporta automaticamente la perdita del diritto, che si ha laddove non vengano rispettati gli impegni assunti nel patto siglato con il Centro per l’impiego. O almeno, ciò vale per coloro che si recano al di fuori dell’Unione Europea. Viceversa, chi “migra” in altro paese dell’Unione Europea alla ricerca di un’occupazione, ricade sotto lo speciale regime di sicurezza sociale – definito dagli articoli 7, 63, 64 e 65 del Regolamento (CE) n. 883 del 29 aprile 2004 – che permette, una volta espletati specifici adempimenti, l’esportabilità dell’indennità di disoccupazione con il conseguente diritto a continuare a percepire la prestazione all’estero e a carico dell’Italia, per un massimo di tre mesi.

Il lavoratore straniero che intende invece recarsi fuori dall’Unione europea nel periodo di fruizione della NASPI, deve in via preventiva assicurarsi di poter mantenere una comunicazione con il Centro per l’impiego competente. È necessario, in altri termini, che il numero di telefono eventualmente fornito continui ad essere raggiungibile, che ci sia qualche persona di fiducia presso l’indirizzo di residenza pronta a ricevere la corrispondenza e a trasmetterla al beneficiario. Oppure occorre verificare che le comunicazioni con l’Amministrazione avvengano in via telematica e di conseguenza controllare assiduamente la posta elettronica  o le piattaforme dedicate. Ovviamente qualora arrivasse una richiesta di convocazione o una proposta di impiego, il beneficiario dovrebbe essere pronto a reagire immediatamente e a fare ritorno in Italia. Con questi accorgimenti, la fruizione della NASPI al’estero è senz’altro possibile. D’altra parte anche la ricerca attiva del lavoro è possibile anche “da remoto”,   ad esempio iscrivendosi a dei portali o cercando le offerte di lavoro on line.

Da ultimo un cenno agli importi e alla durata.

La NASPI è rapportata alla retribuzione imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni divisa per il numero di settimane di contribuzione e moltiplicata per il numero di 4,33 (comma 1 art. 4 DLGS 22/2015). Essa è pari al 75% della retribuzione percepita nel corso del rapporto di lavoro, con un tetto massimo di 1300 euro mensili. L’importo così calcolato si riduce, a partire dal quarto mese, del 3% ogni mese. La durata è commisurata a un numero di settimane pari alla metà di quelle di contribuzione degli ultimi quattro anni (art. 5).

Fonti: D.lgs. n. 22-2015; circolare inps 177-2017; sentenza n. 16997-2017 Corte di Cassazione, sez. lav.