“Osare il ritorno” di Karounga Camara


di Luca Santini

Salutiamo con compiacimento la bella operazione editoriale messa a segno da Karounga Camara, immigrato senegalese in Italia, e ora piccolo imprenditore nel paese di origine nel settore della trasformazione alimentare. Camara ha dato alle stampe il volume Osare il ritorno apparso in contemporanea in italiano e in francese con il titolo Oser le retour  per le edizioni Celid (Torino). L’autore si sta spendendo in presentazioni sia in Italia che in Senegal, nel tentativo meritorio di dare argomento di discussione a un’opinione pubblica italo-senegalese, finalmente in via formazione.

Tema del volume è lo sviluppo africano, in particolare del Senegal, e il contributo che a tale processo possono dare i migranti di ritorno, al termine della loro esperienza di lavoro o di studio all’estero. La riflessione sul tema del “ritorno” è preceduta da una veloce analisi dell’economia africana (dati sul PIL in diversi Paesi, potenzialità dei vari settori), che è da intendere come  sintesi introduttiva a ulteriori approfondimenti demandati al lettore. Il cuore vero e proprio della narrazione si colloca invece in quel filone di narrativa “motivazionale” che da Seneca a Stephen R. Covey ambisce a sollecitare la crescita personale del lettore e a guidarlo verso la piena realizzazione di sé.

In effetti Camara si sofferma sulla condizione mentale del migrante di ritorno, esortandolo a mettere a fuoco in modo nitido le proprie aspirazioni e (perché no?) i propri desideri. Non si deve dunque aspettare la folgorazione, l’ispirazione giusta o la concatenazione di eventi perfetta prima di mettersi in gioco, al contrario “spesso è meglio agire, sbagliare e correggersi piuttosto che aspettare per paura di sbagliare”.

Farsi domande è già un modo per cercare le risposte che prima o poi arriveranno. Soprattutto si può pianificare, prefigurare, definire la propria attività una volta ritornati, cercare le persone giuste. Soprattutto Camara insiste su questo, sul fare rete, sul cooperare, sul condividere le proprie idee e le proprie conoscenze con gli altri. Siamo lontanissimi dunque dal mito dell’uomo fatto da sé, dell’imprenditore superuomo che supera gli ostacoli e sbaraglia la concorrenza.

Creare rete è fondamentale

Un capitolo di Osare il ritorno è espressamente intitolato “È necessario unirsi”. La constatazione di partenza è impietosa:

I senegalesi all’estero sono molto solidali e socievoli … ma quando si tratta di metter su un’attività nel proprio paese quegli stessi senegalesi all’estero si mostrano molto solitari e individualisti.

L’autore mette in guardia da questo atteggiamento, ponendo in evidenza la necessità di associarsi per gestire comunemente e portare avanti un progetto di impresa. Molti sono i vantaggi che si possono trarre dal fare rete: trovare comunemente le risorse finanziarie per dare avvio al progetto, attingere a più competenze e imparare dagli altri, maggiore credibilità del presentarsi a terzi, minimizzazione degli errori grazie al confronto quotidiano.

La prima qualità di un socio in affari è innanzi tutto l’affidabilità e l’integrità morale. Come scegliere tra i propri amici e conoscenti in possesso di questa sorta di pre-requisito è oggetto di un metodo empirico che l’autore mette in condivisione con i lettori. Camara è così convinto dell’importanza di fare rete che nella sua esperienza in Senegal ha dato vita all’associazione Ndaari, un luogo di incontro e di scambio tra piccoli imprenditori ed ex-migranti ritornati, nato per favorire collaborazioni e offrire servizi quali l’accesso ai finanziamenti o alla formazione tecnica.

Quali politiche per il ritorno?

Il volume si conclude con una proposta politica. Si muove dalla constatazione secondo cui gli strumenti esistenti approntati dallo Stato senegalese a favore dei componenti della diaspora non funzionano come dovrebbero. Ci si riferisce soprattutto al FAISE (Fond d’Appui aux Investiments de Sénégalias de l’Exterieur), che consiste in un credito privato ma garantito dallo Stato per micro-progetti imprenditoriali. Il Fondo in questione, nota Camara, è debolmente finanziato e i meccanismi di erogazione ben poco trasparenti. Se ne dovrebbe quindi aumentare drasticamente la capienza, eventualmente  con l’introduzione di una tassa di scopo magari per un periodo limitato di tempo (tassa sui transiti aeroportuali, ad esempio). Inoltre la proposte finanziabili dovrebbero essere ben più robuste di quelle attualmente prese in considerazione dal Fondo (dovrebbero essere di almeno 50milioni di franchi CFA  – poco più di 75mila euro) e vi dovrebbe essere l’obbligo di presentare progetti collettivi. La progettazione delle imprese dovrebbe avvenire con il sostegno e l’orientamento statale e con la cura di un manager transitorio, anch’esso assegnato dallo Stato, che avrebbe il compito di seguire le fasi di avvio dell’impresa e di metterla in condizione di essere in breve tempo autonoma, restituendola dunque nelle mani dei soci-investitori.

Camara non lo dice, ma questa visione assomiglia molto alla NEP leniniana nell’Unione Sovietica degli anni Venti, o al piano Marshall (ricordato, questo sì, dall’autore), in cui una forte guida pubblica è incaricata di sollecitare l’iniziativa privata. Si tratta di paradigmi da economia post-bellica, ma non è detto che non possano funzionare nel contesto della Renaissance africaine.

Per parte nostra abbiamo l’impressione che ci siano anche degli altri nodi da affrontare e risolvere. Il primo è il livello impietosamente basso dei salari, che difficilmente (eccezion fatta per pochi impieghi direttivi nel settore privato e ancor meno nel settore pubblico) arrivano a 300 euro mensili. Una così vistosa svalutazione del fattore lavoro rende difficile ipotizzare in Senegal l’avvio di uno sviluppo equamente distribuito e dunque anche la creazione di mercati alimentati da una sufficiente capacita d’acquisto. In questa situazione il “fare impresa” sarà sempre una scelta obbligata e le imprese stesse avranno sempre difficoltà a trovare sufficienti vie di sbocco sul mercato. Andrebbe dunque  posta l’esigenza di un quadro legislativo che fissi un salario minimo a livelli più alti di quelli attuali e che sappia imporre in modo capillare una decisione del genere nei settori più o meno informali dell’economia.

 Imprese cooperative transnazionali

Ma in attesa di ciò, prendendo a pretesto anche l’insistenza di Camara sull’importanza della collaborazione del determinare un contesto economico virtuoso, pensiamo che sia indispensabile sperimentare una modalità imprenditoriale in forma pienamente collettiva e associata. Nello specifico andrebbe promossa la nascita di cooperative fondate principalmente (ma non in via esclusiva) da lavoratori senegalesi, operanti tanto in Italia quanto in Senegal, in settori economici suscettibili di sviluppo in entrambi i contesti. Tali imprese collettive,  sostenute dalle ONG, dalla cooperazione internazionale, dal mondo associativo legato ai migranti, determinerebbero una circolazione economica virtuosa tra i due Paesi e consentirebbero per di più un’autogestione della mobilità internazionale dei migranti. Si tratta di un progetto complesso, naturalmente, ma la pubblicazione di opere come quella di Karounga Camara fanno sperare che possa avviarsi un dibattito in tal senso sospinto da una sfera pubblica compiutamente italo-senegalese.