Il rimpatrio in un quadro d’insieme del fenomeno migratorio


di Ugo Melchionda e Franco Pittau

Ci proponiamo in questo contributo di sintetizzare i risultati degli approfondimenti che il Centro Studi e Ricerche Idos, partendo dai dati, ha curato sui ritorni innanzi tutto nelle edizioni annuali del Dossier Statistico Immigrazione come anche in diverse altre monografie, segnatamente quelle curate su incarico del Ministero dell’Interno nell’ambito del programma European Migration Network.

L’aspetto statistico, che ha costituito la base comune a tutte queste ricerche, mostra innanzi tutto che il ritorno fa parte essenziale del fenomeno migratorio. Questo ci porta alla storia delle emigrazioni di massa degli italiani, costellate da un corposo fenomeno di rimpatrio, specialmente da alcuni paesi (come dalla Germania nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale).

Vedremo quindi come si configura il ritorno quando è, oltre che  volontario, anche assistito, l’espressione più positiva dell’intervento pubblico in materia, che però riguarda solo un numero modesto di beneficiari, sia per la ristrettezza dei fondi messi a disposizione, sia per la loro estensione a un numero ridotto di categorie.

Mostreremo poi che la maggior parte dei ritorni sono involontari, in quanto fanno seguito al mancato rinnovo del permesso di soggiorno: negli ultimi anni si è trattato di centinaia di migliaia di casi rispetto alle poche migliaia l’anno di rimpatri assistiti.

Infine, dedicheremo l’attenzione anche ai rimpatri forzati, eseguiti con la forza pubblica, che oltre a essere dispendiosi sono l’espressione più negativa del fallimento del progetto migratorio dei migranti e nello stesso tempo del fallimento della società di approdo  come società di accoglienza e integrazione.

Il rimpatrio, un aspetto importante del fenomeno migratorio

Il fenomeno migratorio si impone in Italia non solo per l’aumentato numero delle presenze ma anche per l’incremento dei rimpatri, che avvengono sotto molteplici forme: ritorni volontari individuali, attestati dalle cancellazioni anagrafiche; rimpatri forzati, rilevabili da provvedimenti amministrativi o giudiziari; ritorni volontari assistiti, coperti da specifici programmi pubblici.

I ritorni degli immigrati che lasciano l’Italia sembrano, a prima vista, molto meno rilevanti rispetto agli ingressi, ma in realtà non possono essere trascurati se ci si sforza di esaminare le migrazioni in un quadro d’insieme. È assolutamente parziale rivolgere l’attenzione solo ai ritorni assisti senza pensare a una schiera, ben più numerosa, di altri potenziali beneficiari.

L’attenzione va perciò rivolta sia ai flussi di ritorno individuali, decisi liberamente dagli interessati o in larga misura imposti dal mancato rinnovo dei permessi di soggiorno, sia ai rimpatri forzati, che avvengono sotto costrizione per decisione dell’amministrazione o dei tribunali.

La crisi economico-occupazionale, nonostante siano passati gli anni di recessione, non è stata confortata da un tasso di ripresa sufficiente a ridurre il livello di disoccupazione. Le conseguenze sono pesanti specialmente per gli immigrati, occupati nei settori più esposti alle fluttuazioni di mercato e meno tutelati dalla rete degli ammortizzatori sociali e familiari.

Dal punto di vista concettuale, invece, il ritorno volontario assistito evidenzia un assunto promozionale di portata generale e induce a rendersi conto che le persone coinvolte nelle vicende migratorie possiedono un capitale umano che va sempre valorizzato, sia nella fase di arrivo (accoglienza e integrazione) sia nella fase di ritorno (accoglienza e reintegrazione). Di questa assistenza dovrebbero teoricamente godere tutti gli immigrati, non importa se la scelta del ritorno sia volontaria o imposta dai meccanismi economico-occupazionali o dalla severità delle normative.

Pertanto, l’assistenza al ritorno dovrebbe fare parte delle politiche di intervento in campo migratorio, mentre l’attuale programmazione non è in grado – per diverse ragioni – di assicurare a tutti una copertura e perciò anche per questo motivo non può esplicare un efficace contrasto ai traffici di manodopera.

Per un immigrato regolarmente presente la decisione di rimpatriare dipende da una sua decisione esistenziale (parenti malati, necessità del ricongiungimento familiare in patria, età avanzata e simili) e può essere interessato al rimpatrio anche il titolare di un progetto imprenditoriale o perché ritiene di poter esercitare proficuamente la sua attività economica in patria o, semplicemente, perché non è più in grado di farlo in Italia.

Gli immigrati, quando decidono di chiudere la loro esperienza migratoria in Italia, sarebbero tenuti a effettuare la cancellazione anagrafica dal comune di residenza, precisando di recarsi all’estero. Tuttavia, molti non si fanno carico di questo adempimento, che viene effettuato di seguito al momento in cui vengono operati  controlli d’ufficio o in occasione dei censimenti della popolazione. Inoltre, vi sono quelli, molto più numerosi, costretti ad andar via, o perché sono venuti senza permesso di soggiorno o perché non hanno potuto rinnovare il permesso scaduto.

I ritorni assistiti

I programmi di sostegno al ritorno volontario sono stati realizzati in Italia dai primi anni ’90, in concomitanza con gli eventi che hanno sconvolto la penisola balcanica. Questi interventi si sono basati sull’emanazione di leggi o decreti ministeriali ad hoc, senza affrontare su un piano generale gli aspetti relativi a una normativa di supporto ai ritorni e alla costituzione di un sistema di accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Il ritorno volontario assistito è stato introdotto dal Testo Unico sull’Immigrazione (decreto legislativo 286/98, art. 18) con l’inclusione  delle vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo (beneficiarie di permesso di soggiorno per protezione sociale).

Questa impostazione è stata rafforzata dopo la firma da parte dell’Italia (2000) del Protocollo aggiuntivo alla Convenzione ONU sul crimine organizzato transnazionale, che insiste sulla necessità di garantire durante il percorso di ritorno le condizioni di protezione e sicurezza. Sono stati, quindi, presi in considerazione anche altri gruppi di  immigrati in stato di vulnerabilità (casi umanitari, minori non accompagnati e lavoratori in difficoltà).

Il successivo ampliamento ha riguardato le persone coinvolte nelle emergenze umanitarie e nell’asilo. Da ultimo si è parlato di un ampliamento agli immigrati regolari non facenti parte dei primi gruppi primi presi in considerazione (i lavoratori con permesso di soggiorno per attesa occupazione e gli immigrati irregolari) sotto l’impulso della direttiva europea sul ritorno dei cittadini di paesi terzi, recepita nel nostro ordinamento con legge n. 129 del 2 agosto 2011 e relative linee guida applicative).

Questa misura si basa sul principio della volontà personale dello straniero, che consapevolmente sceglie di ritornare nel paese d’origine. Le misure previste includono quattro fasi:

  • svolgimento delle attività preparatorie della partenza (informazioni, preparativi, colloqui con il rimpatriato, iter organizzativo e logistico, consulenze);
  • organizzazione del viaggio, con biglietto pagato, assistenza nella fase di partenza e accoglienza nella fase di arrivo;
  • erogazione di una indennità economica (tra i 700 e i 1.500 euro), che tiene conto della composizione delle famiglie e della loro indigenza, da utilizzare come indennità di viaggio (e per far fronte al trasporto del bagaglio) e per le spese di prima sistemazione;
  • attuazione di vari programmi di reinserimento nel luogo prescelto come destinazione finale (che ad esempio, per le vittime di tratta, riguardano il processo di reintegrazione socio-lavorativa, l’assistenza medica, legale e psicologica e l’assistenza in patria per almeno sei mesi).

Una volta che l’interessato è tornato nel Paese di origine, ha inizio il processo di reintegrazione, che viene sostenuto anche attraverso l’erogazione di apposite borse, l’avvio di progetti di micro-imprenditoria (o, in alternativa, di percorsi di formazione o riqualificazione professionale), l’assistenza all’acquisto di beni di prima necessità o di attrezzature professionali. È previsto anche un monitoraggio finale per verificare il conseguimento di una effettiva reintegrazione.

Complessivamente, i costi del ritorno volontario assistito possono variare tra i 2.000 e i 6.000 euro a beneficiario, a seconda del progetto, del paese di ritorno e delle caratteristiche del beneficiario. Ulteriori servizi possono essere previsti per l’accompagnamento di soggetti particolarmente vulnerabili, come per esempio le persone affette da gravi patologie che necessitano di una scorta medica.

Nel giugno 2015 si sono concluse le attività di Ritorno volontario assistito (Rva) finanziate dal Ministero dell’Interno a valere sul Fondo europeo per il Rimpatrio nell’ambito dei Fondi Solid 2008-2013 (ciclo di finanziamento quinquennale della Commissione europea all’Italia per la gestione dei flussi migratori). L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) è stata l’agenzia che dal luglio 2009 al giugno 2015 maggiormente si è spesa in termini di azioni e di utilizzo di risorse. In questo periodo l’Oim ha assistito il ritorno di 3.697 migranti di 90 diverse nazionalità, di cui le prime 10 sono Ecuador, Perù, Brasile, Nigeria, Ghana, Senegal, Tunisia, Marocco, Pakistan e Bangladesh. Diverse anche le categorie di migranti coinvolte: richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale rinunciatari o denegati, migranti con problematiche sanitarie, disoccupati senza più i requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno, vittime di tratta, migranti irregolarmente soggiornanti.

I permessi di soggiorno scaduti

I cittadini stranieri non comunitari sono titolari di un’autorizzazione al soggiorno soggetta a scadenza, fino a quando (dopo un periodo di 5 anni) non diventano titolari del permesso di soggiorno UE per lungo residenti. Nonostante il perdurare della crisi occupazionale, gli immigrati rimasti disoccupati hanno avuto fino a poco tempo fa solo 6 mesi di tempo a disposizione per trovare un altro lavoro. Finalmente, la legge 92 del 2012, art. 4, comma 30, ha prolungato a 12 mesi il periodo a disposizione degli immigrati disoccupati per trovare un altro lavoro e, in caso di percezione di una prestazione di sostegno al reddito, il periodo di permanenza è stato esteso a tutta la durata della stessa prestazione, con la possibilità di soggiornare ulteriormente in caso di titolarità di un reddito adeguato.

La serie storica dei permessi scaduti nel periodo 2011-2015 consente di svolgere alcune interessanti considerazioni sull’andamento del fenomeno nel periodo, mentre non è possibile una comparazione con gli anni precedenti e in particolare con quelli pre-crisi.