Ritorni, progetti, sviluppo locale: sfide e prospettive


di Riccardo Cappelletti

Il 31 maggio scorso si é tenuto, presso i locali dell’Association Culturelle d’Aide à la Propmotion Educative et Sociale (ACAPES) di Dakar, un atelier di riflessione su “Le migrazioni internazionali e le prospettive per la creazione di una comunità senegalo-italiana”. L’iniziativa, organizzata in collaborazione dall’Associazione Roma-Dakar e dall’Associazione Progetto Diritti nel quadro del progetto CREA, ha rappresentato la terza tappa di un percorso inaugurato da un primo convegno tenutosi a Dakar nel dicembre 2013 e proseguito nel maggio 2016 con un seminario svoltosi alla Facoltà di Scienze Giuridiche e Politiche dell’Università Cheikh Anta DIOP di DAKAR dal titolo Le retour et l’investissement des sénégalais de l’exterieur: propositions pour un retour raisonné.

Il filo rosso che ha legato questi incontri, come pure le molte altre iniziative – ivi compreso il sito che ospita queste righe – che hanno punteggiato questi cinque anni, è stato, e resta, il tema della migrazione consapevole, intesa e declinata in tutte le sue fasi ma con un’enfasi particolare sulla dimensione del ritorno. Un ritorno affrontato, anch’esso, nella pluralità di sfumature e connotazioni in cui è potuto, può e potrebbe pensarsi, concretizzarsi e articolarsi.

Nel corso di un lustro, naturalmente, alcuni partner sono cambiati, altri sono rimasti, altri ancora si sono ritrovati con ruoli e/o posizioni differenti. Lo stesso dicasi per gli esperimenti tentati, riusciti, modificati, re-immaginati. Un bagaglio di vissuti, progetti e storie che occorre, di tanto in tanto, rileggere insieme per arricchirsi mutualmente.

In effetti, l’altro aspetto caratteristico, puntualmente ritrovato in quest’ultima occasione, è stato il desiderio costante di coinvolgere tutti gli attori in gioco: istituzioni, migranti (non solo) di ritorno, società civile, ONG, sindacati, mass-media. Una volontà di moltiplicare le voci, gli sguardi e le prospettive dettata sia dalla consapevolezza della complessità dei fenomeni in questione che della difficoltà di far interagire e dialogare fruttuosamente, nel quotidiano, tutti i soggetti potenzialmente interessati.

Senza pretendere di riassumere esaustivamente la ricchezza di una giornata fitta di spunti, le righe che seguono tentano più modestamente di coglierne alcune suggestioni, rinviando a contributi futuri più dettagliati e “tematici”, in funzione delle attività sviluppate per dare loro corso effettivo.

Resoconto degli interventi

La giornata è iniziata con una visita agli atelier di formazione professionale (cucito e ristorazione, principalmente) creati dall’ACAPES per offrire un percorso alternativo a ragazzi e ragazze in situazione di abbandono scolastico. I partecipanti hanno anche avuto modo di incontrare alcune delle classi in piena preparazione della maturità (l’ACAPES offre anche, accanto alla formazione professionale, tutte le filiere classiche di istruzione secondaria), nonché gran parte del personale amministrativo e docente.

I lavori sono proseguiti con le allocuzioni di rito che hanno offerto la possibilità di conoscere ulteriormente la struttura ospitante, l’Associazione Roma-Dakar e la Direzione dei Senegalesi dell’Estero.

E stata poi la volta della presentazione approfondita del ruolo e delle attività dell’ACAPES, declinata da Baba Ndiaye sotto l’angolo delle sinergie tra opportunità formative per i giovani, attrattività delle risorse locali per “rivaleggiare” con le seduzioni dell’ “altrove” e valorizzazione delle competenze dei migranti di ritorno. Un esempio interessante, in tal senso, è stato fornito dalla recentissima integrazione nel corpo docente di un formatore di cucina e pasticceria che ha messo a disposizione il suo bagaglio pluridecennale di conoscenze acquisite durante il percorso migratorio. L’ipotesi di un possibile allargamento ad altri settori e competenze, come strategia di capitalizzazione di profili professionali “di ritorno”, è stata une delle primissime piste di riflessione consegnata ai partecipanti. E sulla quale, per chi scrive, sarebbe utile provare a investire.

L’avvocato Arturo Salerni, in qualità di coordinatore, ha preso a sua volta la parola per presentare gli sportelli “gemelli” MiRa – uno a Dakar l’altro a Roma – ripercorrendone la genesi tanto sul piano cronologico che su quello progettuale. Illustrando i settori specifici di intervento e consulenza (giuridica, amministrativa, fiscale/finanziaria …) assicurati agli utenti, Salerni ha insistito opportunamente sul dialogo costante tra i vari esperti che ne assicurano il funzionamento come pure tra i fruitori che ne beneficiano tanto in Senegal che in Italia. L’accento è stato posto, inoltre, sul contenuto e sulla portata lato sensu politici dello sportello, pensato anche come risposta “dal basso” alle barriere e agli ostacoli che paiono purtroppo moltiplicarsi, in questo preciso frangente storico, sulla strada dell’accesso ad alcuni diritti fondamentali. In special modo, e con particolare durezza, nel caso di soggetti migranti.

Sulla stessa linea di “politiche dei diritti e del diritto” si è inscritto l’intervento dell’avvocato Mario Angelelli che, in qualità di presidente, ha condiviso delle testimonianze e buone pratiche che l’associazione Progetto Diritti ha accumulato nella sua storia pluridecennale. Tra gli aspetti passati in rassegna, Angelelli ha riaffermato tutta la pertinenza di elaborare uno statuto di “migrante di ritorno” che permetterebbe di bypassare alcune delle restrizioni giuridico-amministrative che condizionano pesantemente le possibilità di migrazioni circolari e di progetti realmente transnazionali.

Moussa Kassé, consulente specializzato nell’assistenza (elaborazione, redazione e messa in opera) ai progetti di investimento, ha discusso alcune delle criticità che si presentano regolarmente ai soggetti desiderosi di rientrare – o già rientrati – in Senegal al momento di creare delle attività imprenditoriali. Kassé si é soffermato, in particolare, sulle difficoltà riscontrate per accedere e/o beneficiare dei diversi programmi istituzionali creati, negli anni, per accompagnare i migranti di ritorno, articolando la riflessione sugli ostacoli di diverso ordine che, per il momento, sembrano essere più numerosi delle facilitazioni effettivamente fruibili. Ciò non toglie che si sia potuto ugualmente parlare di taluni casi che appaiono, malgrado tutto, piuttosto ben avviati e che lasciano intravvedere delle potenzialità da esplorare ulteriormente.

Angela Rose Ndiaye, dell’Agence Nationale pour l’Emploi des Jeunes (ANPEJ), ha illustrato alcune delle iniziative che l’agenzia sta sviluppando in materia di mobilità internazionale e formazione professionale, come pure i servizi di orientamento messi a disposizione dei giovani. Uno dei progetti pilota che incarna questo approccio transnazionale, in collaborazione con la Cooperazione tedesca (GIZ), prevede la selezione di profili socio-professionali, a elevato potenziale di sviluppo, per soggiorni di perfezionamento all’estero, di durata variabile, in aziende selezionate. Potenziando il modello del “trasferimento di competenze”, spesso teorizzato nelle ricerche sui saperi acquisiti nel corso di esperienze migratorie ma che, di fatto, dipende dalle scelte “ex post” dei soggetti coinvolti, il suddetto approccio punta sull’acquisizione di capacità orientata “ex ante”, da applicare in progetti imprenditoriali già noti all’origine. Resterà naturalmente da vedere quanto e come questo ribaltamento di prospettiva saprà tradursi in risultati effettivi.

Sulla stessa linea programmatico-istituzionale si è posizionato Karim Cissé che, a nome della Direzione dei Senegalesi dell’estero, ha dato conto dell’approccio “partecipativo” che il ministero intende continuare a sviluppare, ripercorrendo le strategie e i piani d’azione via via elaborati tanto in materia di accompagnamento negli investimenti dei e delle senegalesi di ritorno quanto in materia di interventi mirati nelle aree a più elevato tasso migratorio. Insistendo sul nesso (potenziale) tra le due dimensioni come argine alla “migrazione a tutti i costi”, Cissé ha preconizzato l’implicazione di tutti gli attori chiave per assicurare un’inclusività troppo spesso più formale che sostanziale.

L’ultimo interevento del panel ha visto Oumar Wade, dell’associazione Taataan, parlare dei territori e della loro valorizzazione – anche, ma non solo, sul piano di marketing territoriale propriamente inteso – , dell’articolazione tra sviluppo locale e investimenti (tanto delle diaspore che dei migranti di ritorno), dello snodo attrattività del territorio/propensione alla migrazione, delle opportunità offerte dalle specificità locali secondo una logica di filiera, declinabile anche in chiave di offerta turistica. Wade ha inoltre sottolineato la necessità di fare delle Collettività Territoriali – nuova denominazione delle vecchie Collettività Locali –  e dei loro amministratori un tassello chiave nel dialogo tra cittadini e Stato, in virtù del loro essere risorse “di prossimità”, strategicamente fondamentali pure in chiave di “fiscalità (su base) locale”. Wade ha terminato sulle opportunità insite nell’utilizzo di certe forme giuridiche d’impresa poco conosciute e sfruttate come le cooperative, che, per la flessibilità e per la (relativa) semplicità di creazione, rappresenterebbero un vantaggio competitivo nell’avviare determinati progetti imprenditoriali.

Il dibattito dal pubblico

Esauriti gli interventi programmati è iniziato il dibattito alimentato, principalmente, dalle domande e dai racconti dei e delle partecipanti. Un dibattito che, per la ricchezza e l’eterogeneità dei contenuti, risulta pressoché impossibile da restituire senza il serio rischio di dimenticarne degli aspetti salienti o di ridurne eccessivamente la portata.

Ciò nonostante, mi sembra utile provare a tratteggiarne qualche linea di tendenza, organizzandola attorno ad alcuni punti chiave emersi in maniera ricorrente nel corso della discussione.

1) Un elemento di preoccupazione, sottolineato da pressoché tutte le parti in causa, è costituito dalla scarsità di dati affidabili sulle dimensioni del fenomeno migratorio, inteso in tutte le sue fasi. In mancanza di statistiche pertinenti, senza una cartografia puntuale delle zone interessate – e delle mutazioni storiche che ne cambiano la geografia –, come è possibile immaginare programmi realmente efficaci? Come si può pensare di integrare compiutamente l’apporto del ritorno nel sistema-paese ? Le evidenti difficoltà di quantificazione – e aggiungerei di qualificazione – hanno fatto anche parlare, a torto o a ragione, di una “mancanza di visione strategica” delle autorità competenti. E, anche in questo caso, si è suggerito che le istanze locali possano – debbano ? – essere maggiormente responsabilizzate perché in contatto (più) diretto con i territori e le loro dinamiche sociali. Un corollario altrettanto stimolante è venuto dagli interventi che hanno imputato simili carenze alla scarsa capacità  – e, per alcuni, di volontà tout court – di ascolto e coinvolgimento dei migranti che rischiano di ritrovarsi ai margini di iniziative paradossalmente pensate a loro vantaggio.

2) Un’altra delle criticità evidenziate, soprattutto dal punto di vista di chi è già rientrato e ha già tentato di dar vita a un progetto di investimento, è la proliferazione di agenzie, organismi, piattaforme, programmi suscettibili di intervenire nell’ “accompagnamento” dei soggetti desiderosi di impiantare attività imprenditoriali. Una proliferazione che, a volte, viene percepita come autentica frammentazione, altre volte come concorrenza/competizione, altre ancora come causa di ulteriore burocratizzazione e dilatazione di tempi – e costi – da affrontare. In questo senso, l’esperienza degli sportelli MiRa e di altre entità di “interfaccia” sembrerebbero aver fornito un primo palliativo con l’inconveniente di restare comunque confinate in ambito urbano (il che vuol dire, quasi sempre, dakariano) e, dunque, di accessibilità piuttosto limitata.

3) Altri interventi hanno attirato l’attenzione su un aspetto solitamente meno affrontato dei precedenti, ma di certo ugualmente interessante: le reticenza – in qualche caso autentica diffidenza – nel condividere il proprio progetto o piano di investimento con soggetti potenzialmente interessati e capaci, in teoria, di apportare risorse supplementari. Laddove una maggiore capacità di “fare rete” potrebbe aumentare le opportunità di mutualizzazione di saperi e conoscenze, lo scenario attuale parrebbe restituire, invece, un quadro di “imprenditori solitari” costretti – o decisi – a districarsi, in maniera isolata, nel dedalo di cui sopra con uno spreco di energie e, a volte, di capitali spesso pregiudizievole per il buon esito delle loro iniziative. Da rilevare come, sul punto, alcuni partecipanti – segnatamente membri dell’Union Démocratique des Travailleurs du Sénégal (UDTS) – abbiano prospettato un possibile ruolo dei sindacati come potenziali facilitatori tra profili affini.

4) Il tema delle valorizzazione dei territori e, più in generale, dello sviluppo e degli investimenti su base locale, ha suscitato una forte adesione, grazie anche all’esperienza consolidata di forme storiche di comitati di gestione/risparmio/investimento collettive – si veda il caso molto noto dei “comitati di villaggio” – che hanno dato ripetutamente prova di una certa efficacia. Ciò nonostante, diversi interventi hanno posto la questione di come rinnovare queste logiche e meccanismi esistenti in funzione dei cambiamenti rapidissimi intercorsi negli ultimissimi anni e destinati, probabilmente, a ingenerare ulteriori modificazioni a medio e lungo termine. In particolare, si è discusso della femminilizzazione e giovanilizzazione dei flussi migratori: due variabili che, se trascurate o integrate in maniera residuale, rischiano di trasformarsi in elementi di frustrazione.

5) L’aspetto dell’informazione, della sua disponibilità/accessibilità, della sua trasmissione, delle sua assoluta centralità in un’epoca sempre più marcata dall’utilizzo delle ICT è stato ugualmente sollevato. Alcuni contributi hanno messo in risalto il versante per così dire negativo della questione: su tutti, la difficoltà di avere le “buone informazioni” con i “tempi giusti”, che sembra fare il paio con la già citata frammentazione dell’offerta di servizi. Altre riflessioni hanno, invece, insistito sulla necessità di strategie innovative per sfruttare al meglio le capacità di penetrazione delle tecnologie attualmente disponibili. E stato il caso dell’associazione GEEW che ha ribadito il ruolo che l’audiovisivo può giocare in un contesto socio-culturale in cui : a) l’oralità latamente intesa –  e, aggiungerei, la componente visuale – rimane la modalità privilegiata di comunicazione e diffusione b) molteplici immaginari partecipano all’edificazione e alla modificazione di una “cultura della migrazione”, rendendo quanto mai importante il posizionamento mediatico e la scelta dei messaggi veicolati. Ciò potrebbe tradursi, con riferimento specifico al sito www.retourausenegal.org, nella produzione di contenuti informativi ad hoc, mini-clip di storie di vita, interviste con attori e attrici chiave nei diversi settori e istanze decisionali ecc.

Alcune conclusioni

Concludendo questo resoconto vorrei giusto aggiungere una brevissima nota in calce, ispirata dalla presenza, durante l’atelier, di alcuni studenti e studentesse dell’ACAPES, ma anche da un incontro di poco successivo, reso possibile dalla direzione della stessa. Ascoltarne le domande, raccoglierne le riflessioni, sondarne le aspirazioni mi spinge ad abbozzare un parallelo con lo iato persistente, “denunciato” dai/dalle migranti di ritorno, tra l’immagine che di loro si ha e i loro vissuti personali. Se ci si prende il tempo di discutere approfonditamente con i giovani, la semantica del “candidato alla migrazione” e delle sue articolazioni operative per “fissare la gioventù nei contesti di origine” appare davvero (già) un po’ trita. Meglio ancora, essa rischia, a mio avviso, di nutrire una rappresentazione riduttiva e monotematica che non rende totalmente giustizia alla complessità degli sguardi di ragazzi e ragazze, suscettibili di mutazioni repentine peraltro difficilmente prevedibili. Forse sarebbe il caso di moltiplicare le occasioni di dialogo alle quali associarli : la gioventù – basta guardare l’età media della popolazione senegalese – può essere una grandissima risorsa, a patto di creare le condizioni per una sua autentica valorizzazione e una sua piena partecipazione.