Il settore informale nell’economia dei Paesi africani


di Redazione

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) in questa ricerca ha stimato che la dimensione media del settore informale come percentuale del PIL nell’Africa subsahariana è del 41%. Ci sono molte differenze tra i vari Paesi, infatti questo valore risulta inferiore al 30% in Sud Africa, mentre raggiunge il 60% in Nigeria e in Tanzania.  Il Senegal si posiziona nella media.

Il settore informale è il primo datore di lavoro in Africa, rappresenta circa il 75% dell’occupazione non agricola e oltre il 70% dell’occupazione totale nell’Africa sub-sahariana. Più del 90% dei nuovi posti di lavoro creati in alcuni paesi africani sono nell’economia informale.

L’OIL definisce l’economia informale come: 

l’insieme delle attività economiche dei lavoratori o delle unità economiche che  – di diritto o di fatto – non sono coperte affatto o non sono sufficientemente coperte da accordi formali.

La vitalità del settore informale da un lato è il segno dell’intraprendenza degli africani, ma è anche una risposta necessitata a una situazione economica non certo facile.  Non è un caso che l’economia più avanzata dell’Africa, quella del Sudafrica, abbia una delle più basse quote del PIL attribuite al settore informale. Ma per molti paesi africani – come in altri mercati emergenti di tutto il mondo – la scarsità di infrastrutture fa spesso sì che il settore informale sia la principale se non unica opzione di inserimento lavorativo. Questa situazione non cambierà molto presto, se è vero quanto rilevato dalla Banca Mondiale sul fatto che le persone con un’istruzione superiore sono sempre più alla ricerca di lavoro nel settore informale.

Questa non è una buona notizia per i governi africani in quanto il settore informale, per definizione, di solito implica minori opportunità di entrate fiscali.  Le imprese informali, oltre a non pagare le tasse, spesso si rendono protagoniste di fenomeni di sfruttamento quale il ricorso al lavoro minorile, ai bassi salari, a una condizione di insicurezza sul posto di lavoro.

L’economista Fantu Cheru ha una visione meno negativa del settore informale e sostiene che “uno sguardo ravvicinato al settore informale in Africa offre uno spaccato di ciò che potrebbe essere raggiunto se le economie e le politiche finanziarie dell’Africa fossero più in sintonia con le realtà quotidiane del continente”.

In questa visione il settore informale sarebbe l’espressione di un’attività economica maggiormente basata sulla comunità, in quanto rappresenta:

delle entità socio-politiche, con le loro regole, forme di organizzazione e gerarchie interne, che costituiscono un nodo di resistenza e di sfida contro il dominio dello stato.

Da questo punto di vista le pratiche economiche collettivistiche e più strettamente legate con le comunità possono risultare, nel contesto africano, molto più appropriate dei metodi di gestione “moderni”,  basati su principi occidentali e politiche economiche neoliberiste. Questi metodi sono stati in gran parte screditati come inappropriati per le comunità africane.

Per imporre una propria agenda l’economia informale dovrebbe però stabilire una propria rappresentanza e avere una voce più forte, capace di influenzare le scelte politiche. In particolare dovrebbe essere garantito un maggior accesso a forme di finanziamento e un sistema formativo adeguato alle necessità specifiche di questo settore. Ancora più rilevante è stabilire che cosa l’economia formale può imparare dal settore informale come modello per lo sviluppo economico.