Sotto un unico cielo. La sfida globale di migranti e precari


di Gianmarco Mecozzi

Ciao Migrante X,

è tanto tempo che non ti scrivo. Spero che non ti sia offeso. Spero anche che non ci siamo persi di vista in questo Internet così pieno di cose, pieno di smarrimenti e invenzioni, divertimenti e idiozie.
Se non ti ricordi perché ti chiamo Migrante X e puoi andare a leggere qui e qui e qui.

Ho letto un libro, caro Migrante X, e vorrei parlarne perché questo libro mi ha colpito e mi ha sorpreso. Come talvolta i libri fanno, ma solo qualche volta.

È un romanzo – un bel romanzo – scritto da un autore africano – senegalese – Mohamed Mbougar Sarr, lo conosci? Ha creato e gestisce un blog qui molto seguito e pieno di cose interessanti. Se hai tempo, vai a vedere di cosa si tratta.

Il libro che ho letto è Terra violata, è uscito nel 2015 ed è stato pubblicato in Italia dall’editore e/o. Si tratta un libro che ti consiglio caldamente – come si dice in questi casi – caro Migrante X, e anzi lo consiglio a tutti, migranti o meno, X o meno. È un romanzo avvincente, chiaro, ben scritto, ben congeniato, nobile e appassionato.
Ma c’è di più.

Il libro narra la storia di una resistenza agli integralisti islamici (qui chiamati la Fratellanza), in un paese africano immaginario, chiamato Sumal, in una città immaginaria, chiamata Kalep. Si intersecano tra di loro le storie di persone comuni che decidono di ribellarsi alla feroce dittatura islamica attraverso la pubblicazione di una rivista politica e culturale. Le riflessioni politiche e umane sul coraggio, sull’indipendenza, sui rischi e sulle paure dei protagonisti si mischiano a considerazioni davvero importanti sulla scrittura, sul consenso, sull’uso politico del linguaggio. Veramente une bella opera, considerando soprattutto la giovane età dello scrittore.

Ma, dicevamo, c’è di più.

C’è una parola, nel libro, che ricorre con «sospetta» continuità, o almeno con una continuità che a me ha colpito molto.
Questa parola è popolo.

«Dovete convincervi di una cosa: il nostro unico alleato è il popolo. Senza il popolo non abbiamo prospettive.
(…) Malgrado ciò che ha fatto, io credo nel popolo.
(…) Come il popolo, eravamo il popolo, ne facevamo parte. Ne facciamo ancora parte.
(…) Forse il popolo è pericoloso e imprevedibile ma un giorno si ribellerà e quel giorno lo ringrazierete.
(…) Mi fanno paura quelli come te, quelli che dicono “popolo” con tanta facilità. Quelli che quando dicono “popolo” non vedono persone, destini individuali, o singole sofferenze, ma una massa unica, una sola faccia.
(…) Eppure fanno parte dello stesso popolo. Sono il popolo. Il popolo è in loro Non conviene parlare del popolo perché il popolo non è un’entità unica, meglio parlare degli uomini, di ogni singolo uomo.
(…) Il giornale ha scommesso sul popolo e perderà, perché non bisogna mai scommettere sul popolo, non fa mai quello che ci si aspetta da lui»

La faccio corta, che altrimenti rischio già di diventare astratto, o peggio oscuro, e non farei davvero onore a questo libro.
Durante la lettura ho avuto spesso la netta sensazione che libro non parlasse (solamente) dell’Africa, e della lotta estrema contro le barbare follie dell’integralismo islamico, ma di noi e della situazione che stiamo vivendo in Italia, in Europa. Troppe «situazioni mentali», non so come dire, coincidono; troppe emozioni, troppe descrizioni di piccole cose, troppi dettagli, per essere un caso. Gli sbalzi umorali, le paure, le spiegazioni emotive, i meccanismi psicologici sono gli stessi in cui un precario europeo, di qualsiasi età, non fa fatica a riconoscersi.

Mi si dirà: e te ne sorprendi?
Siamo tutti esseri umani, e tutti gli esseri umani sono uguali (e in più, aggiungo, lo scrittore del libro ha studiato in Francia, in piena Europa). Siamo tutti uguali, a ogni latitudine. Siamo sempre stati tutti uguali. E sempre lo saremo.
«Pensiamo» tutti nello stesso modo.
E invece no – giova ricordarlo – non è vero che siamo tutti uguali. Non è vero che lo siamo sempre stati. E non è vero quindi che lo saremo sempre.
E non pensiamo per niente tutti nello stesso modo.
Io – per esempio – non faccio le stesse cose che fa un mio connazionale che va alle manifestazioni di CasaPound contro i Rom o un mio coetaneo che vive al centro di Roma e la cui famiglia possiede sette palazzi. Non siamo uguali, non facciamo la stessa vita, ergo non pensiamo le stesse cose e non agiamo allo stesso modo. Non parliamo la «stessa lingua». Le responsabilità delle nostre azioni sono diverse e le conseguenze che affrontiamo sono per lo più opposte.

Caro Migrante X, converrai che, di regola, nemmeno un africano che vive in una città in mezzo al deserto, assaltata e poi dominata dagli integralisti islamici, nemmeno lui fa la mia stessa vita, e quindi nemmeno lui parla la mia «stessa lingua». Però – questo il fatto strano che mi è accaduto durante la lettura – i protagonisti del libro e io «pensiamo le cose» nello stesso modo, o in un modo simile, o almeno, le cose le diciamo nello stesso modo. Le rappresentiamo – «ce le rappresentiamo» – in un modo molto simile.

«Sentire le cose… le diciamo… la rappresentazione… il linguaggio»…
Ma di che si parla? Che significa? Sono inutili cose da intellettuali… A questo risponderò con le parole dell’autore del romanzo cioè che

«Non si valuta mai abbastanza quanto ogni guerra sia anche forse soprattutto un’impresa di distruzione attraverso l’alterazione del linguaggio. (…) Ogni guerra, essendo più che un’alterazione del linguaggio, la sua pura e semplice alienazione, diventa fondamentalmente un attentato alla verità».

Poche storie. Ammettetelo anche voi.
È cambiato tutto.

Anni fa non sarebbe mai potuta accadere questa «corrispondenza di amorosi sensi» (perdonate la citazione esagerata) e io in questo libro – e in ogni libro africano o arabo, indiano o cinese – avrei «sentito» (come mi capitava sempre, come capitava a tutti) una distanza incolmabile, un abisso di differenze, proprio in questo «retroterra linguistico», nell’uso di un linguaggio differente e di meccanismi psicologici diversi, segnati peraltro da una «gioiosa alterità».
Oggi non è più così, caro Migrante X.
E io ne sono contento. Mi spiego, ci provo.

Secondo me questa consonanza, questa corrispondenza, accade perché – anche se non sembra – noi siamo nella stessa condizione, nello stesso momento storico, nella medesima situazione sociale (o comunque in una situazione sociale simile, sovrapponibile, e in cui si parla la «stessa lingua»).
E siamo sotto attacco.
La guerra è già cominciata. Da alcuni parti è esplosa, violenta, feroce e schifosa. Da altre parti, essa è strisciante, invasiva, virale. Da alcune parti è giocata con logiche brutali, come ogni guerra, diretta, angosciante, come una pallottola. Da altre (per ora) è giocata con logiche democratiche, senza uso della violenza diretta, infiltrante, come un’iniezione.

Il populismo, caro Migrante X, è il nome che oggi in Europa hanno dato al fascismo. Questa forma di fascismo, il populismo odierno, è una specie di virus del capitalismo avanzato. Una escrescenza tipica del malato terminale. I rapporti sociali vengono assaliti dappertutto da questo morbo sociale. E questo virus si sta propagando in tutto il globo, da anni.

Io e te, caro Migrante X, siamo sulla stessa barca.
La notizia buona è che io e te siamo simili, e presto (prima o poi) saremo (siamo già) uniti nella lotta contro questi qua – i fascisti, i populisti, gli integralisti islamici – che, sia chiaro, ce l’hanno proprio con noi, con me, con te.
Ci odiano. Proprio a noi.
Perché siamo belli, perché siamo il futuro, perché vinceremo.

Esagero? Forse sì.
Ma la prova di ciò che propongo – se così si può dire – sta proprio nel romanzo di Sarr: nella vicenda di Ismaila. La parabola del giovane – bello e promettente – che cade vittima dell’inganno islamista è la stessa parabola di migliaia e migliaia di ragazzi in giro per il globo – in Siria come a Roma, a Parigi come a Londra– ragazzi alla ricerca di una esistenza degna di essere vissuta, in cerca di una battaglia per cui valga la pena di combattere – in cerca di un’utopia, un sogno, con cui cambiare prospettiva e futuro – e che vengono ingannati e cooptati dai fascisti di tutto il mondo, poi messi a morire per nulla, per altri, per interessi lontani – per il denaro.
Qui dietro, c’è una ricerca di utopia, di sogno, di «autenticità», che non si può fare finta di non vedere. Qui manca proprio qualcosa, caro Migrante X, che va ricostruito: un sogno, un’utopia di liberazione collettiva. Qui c’è un’assenza che ci sta esplodendo dentro. Una cosa che deve essere risolta, in un modo o nell’altro.

Ci sono momenti nelle vite delle persone, e nella storia degli uomini, in cui sembra difficile trovare compiti per il futuro, per migliorarlo e per diventare noi stessi migliori, per fare il «proprio dovere». Questo non è il nostro caso, caro Migrante X. Combattere con la forza dell’utopia e dei sogni di liberazione le forme di populismo e fascismo che ci attaccano ogni giorno, è il nostro compito.