Migranti di ritorno dall’Italia al Senegal. Per una tutela del nostos


di Luca Santini

Non tutti i migranti arrivano, non tutti i migranti sbarcano, per molti di loro è giunto il tempo del ritorno. Non è per andare controcorrente che abbiamo deciso di volgere lo sguardo al fenomeno delle migrazioni di ritorno, in un momento in cui al contrario le cronache ci parlano dell’incremento dei flussi migratori verso l’Italia e verso l’Europa. La migrazioni di ritorno rappresentano infatti uno scenario non trascurabile, che molto ci dice di quanto sia matura ormai l’immigrazione di questo paese e di quanto diversificati siano i percorsi esistenziali dei migranti.

La natura pervasiva delle migrazioni internazionali, l’impatto multilivello che esse determinano tanto nelle società di partenza quanto in quelle di arrivo, implica l’accresciuta complessità dei flussi di popolazione. In quella che Stephen Castles e Mark J. Miller hanno a buon diritto definito come the age of migration è perciò ben naturale che a un flusso in arrivo che si mantiene costante e anzi si rafforza, si possa accompagnare un moto contrario, del pari consistente, di migranti che avviano il percorso inverso verso il paese di origine. Non accorgersi di questi movimenti complessi, non intervenire sulla loro concreta articolazione, equivale a non governare fenomeni che oltre a mettere in tensione gli individui chiamati a scelte spesso difficili, offrono nondimeno delle obiettive opportunità per i sistemi sociali.

Italia/Senegal: chi viene, chi torna

I flussi migratori tra Italia e Senegal esemplificano in modo perfetto la complessità dei movimenti di popolazione contemporanei. Quella senegalese continua ad essere infatti una delle nazionalità più rappresentate negli sbarchi: secondo i dati del Ministero dell’Interno nel 2016 su circa 180mila persone approdate nei porti italiani, oltre 10mila si dichiaravano di nazionalità senegalese, facendo così del Senegal il sesto paese per consistenza degli sbarchi [Ministero dell’interno, Cruscotto statistico sull’immigrazione al 31 dicembre 2016].

Il dato degli sbarchi è solo parzialmente indicativo, naturalmente, dell’ammontare complessivo dei flussi in entrata, perché esso non tiene conto degli ingressi ad altro titolo, come quelli per lavoro, per ricongiungimento, o di quelli effettuati mediante visti di breve periodo che possono talvolta sfociare in fenomeni di overstanding (oscillano tra i 6 e i 7mila i visti d’ingresso per l’Italia rilasciati ogni anno a cittadini di passaporto senegalese, secondo i dati raccolti nell’Annuario statistico 2016 del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale).

Il flusso migratorio dal Senegal all’Italia è dunque ancora consistente e non si intravvedono ragioni per cui questa spinta debba o possa interrompersi di qui ai prossimi due o tre decenni. Allo stesso tempo, però, la comunità senegalese è una di quelle che con più forza manifesta la tensione al ritorno o la volontà di intraprendere percorsi circolari tra Italia e Senegal.

Molti fattori concorrono a delineare questo scenario. Il primo, e forse principale, è dato dal fatto che il migrante senegalese è spesso animato sin dall’inizio da un progetto migratorio di natura circolare. A differenza di altre comunità, per le quali è più diffusa una tipologia di migrazione «di popolamento», che fa dunque dell’Italia un luogo elettivo di destinazione in cui stabilirsi, per la comunità senegalese è preponderante nell’avvio dell’avventura migratoria il disegno di ritornare nel contesto di origine una volta raggiunti gli obiettivi di fondo che hanno innescato il movimento migratorio. Un indice evidente di quanto detto è la composizione della diaspora senegalese per sesso: se la componente immigrata in Italia è ripartita in modo pressoché esatto in un 50% di uomini e un 50% di donne, per quel che riguarda gli immigrati senegalesi la presenza maschile è ancora oggi pari a circa il 75% del totale [Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, La comunità senegalese. Rapporto annuale sulla presenza dei migranti, 2017].

In larga misura quindi gli uomini senegalesi (e in misura minore le donne) restano dei pionieri, che raramente portano con sé la famiglia per un insediamento definitivo, e che al contrario prevedono presto o tardi di raggiungere moglie e figli nel paese di origine, per completare in Senegal la propria parabola esistenziale.

Si vede qui all’opera un meccanismo ben noto nelle migrazioni novecentesche. Chi prende la via dell’emigrazione è in cerca della propria emancipazione, il migrante raggiunge un contesto sociale a più alto reddito per profittare del differenziale dei salari e del maggiore potere d’acquisto della moneta del paese di accoglienza; se nel contesto di destinazione si colloca socialmente nelle classi lavoratrici e spesso nel precariato povero, in quello di origine, grazie alle rimesse e ai risparmi accumulati, entra nel milieu sociale della classe media. Da questo punto di vista il ritorno, accompagnato spesso dall’avvio di una intrapresa economica, segna l’ingresso nel mondo della vera e propria «borghesia». In tal senso il «ritorno» è non solo il coronamento, ma in una certa misura la prosecuzione del progetto migratorio.

La diaspora senegalese è ben rappresentativa di questa tendenza, ed è mossa dell’ideale, e sovente dal mito, del migrante-imprenditore che si fa veicolo di sviluppo nel paese di provenienza. Questa aspirazione di fondo, che abbiamo detto essere spesso connaturata al migrante senegalese, risulta amplificata negli ultimi anni da una serie di dati congiunturali. Da una parte il semplice dato demografico milita a favore dei ritorni, posto che i primi insediamenti in Italia dei migranti senegalesi risalgono ai tardi anni Ottanta; infatti nel 1992 erano censite già 20mila presenze di senegalesi su un totale di circa 600mila permessi di soggiorno all’epoca rilasciati. I protagonisti di quella prima migrazione hanno quindi raggiunto oggi (a distanza di 25 anni) un’età per cui appare naturale e conveniente cominciare a progettare una fuoriuscita dal mercato del lavoro italiano.

A ciò va aggiunto il deteriorarsi del ciclo economico in Italia, con l’avvento dal 2008 di una grave recessione seguita da una lunga stagnazione che ha finito per colpire gli stranieri in modo assai più pesante che non gli italiani. I lavoratori immigrati in Italia sono 2,3 milioni e rappresentano il 10,5% della forza lavoro, essi tuttavia (come evidenziato dall’ultimo rapporto della Fondazione Leone Moressa) occupano i segmenti lavorativi meno qualificati, ricevono salari inferiori di 1/3 rispetto agli autoctoni, hanno un reddito familiare medio che è quasi la metà rispetto a quello delle famiglie di italiani (18 mila euro contro 31 mila euro di reddito medio annuo). La disoccupazione li ha selettivamente colpiti molto di più che non gli italiani, infatti nel 2007, in epoca pre-crisi, la disoccupazione tra gli stranieri era pari al 6,5% mentre oggi ha superato tra gli immigrati la soglia del 16% (a fronte di una disoccupazione pari invece all’11,4% per i lavoratori italiani).

I settori informali quali il commercio ambulante o l’agricoltura «a giornata» soffrono poi della accresciuta concorrenza degli stranieri appena entrati, che molto spesso vanno a collocarsi nei segmenti di mercato già occupati dai loro connazionali, erodendone così le già magre economie. Tutto ciò non manca come è noto di produrre conseguenze negative sulla regolarità amministrativa, vista la perdurante esistenza di un nesso molto forte tra possesso di un lavoro e titolarità di un permesso di soggiorno.

Elemento anagrafico, desiderio congenito di ritorno, perdita del lavoro, difficoltà burocratiche, sono tutti fattori che si accumulano, e che a poco a poco fanno prevalere le ragioni del ritorno su quelle della permanenza; in tal senso molte migrazioni di ritorno sono, almeno in una certa misura, se non proprio delle migrazioni forzate, quantomeno delle scelte obbligate.

Prendersi carico del nostos

Il ritorno è un tema della letteratura greca classica, un archetipo non solo di Omero, ma di un corale racconto che ha narrato la smobilitazione successiva alla guerra di Troia. Aiace di Locride troverà la morte durante il ritorno, a causa della sua tracotanza e della sfida rivolta agli dei. Agamennone, che per riuscire vittorioso nelle proprie imprese acconsentì al sacrificio di una figlia, troverà, una volta tornato, la morte nel suo letto per mano di Egisto, l’amante della moglie. Ulisse vagherà dieci anni tra avventure tempestose, afasie, perdita della memoria, necessità di raccontare, e approderà infine alla natìa Itaca, dove ingaggerà una lotta non solo per riconquistare il suo posto, ma perfino per farsi riconoscere nella propria identità di marito e di re.

Alcuni aspetti delle biografie dei migranti si potranno riconoscere nel mito greco del nostos. Dal ritorno inteso come salto verso l’ignoto, allo spaesamento subito dopo l’arrivo, dal vagare epico alla ricerca di se stessi ai ribaltamenti amorosi che talvolta si possono produrre. Ma in questa letteratura classica sui ritorni si allude anche a una difficoltà eminentemente politica. Ogni Stato infatti, al pari delle polis greche alla fine del conflitto troiano, è di fronte al problema, al termine di una guerra, di che fare dei suoi soldati, di come riassegnarli alla vita civile. Ed è una politica non facile, quella di ricollocare dei militi (è lecito definirli tali, giacché i migranti all’estero hanno certamente lottato, e ritornano nel loro paese con l’idea di godere i frutti delle battaglie combattute), specie in contesti, come quello del Senegal, in cui le prestazioni dell’economia benché in progresso sono ancora insoddisfacenti.