Le migrazioni di ritorno nell’epoca della mobilità transnazionale. Senegalesi tra immaginario, pratiche e politiche del ritorno


de Sebastiano Ceschi

D’altra parte, è indubbio che le difficoltà di inserimento lavorativo di molte delle donne arrivate nell’ultimo decennio e gli effetti della crisi sul lavoro dipendente immigrato abbiano causato l’accentuarsi di movimenti di ritorno in Senegal da parte di un numero non trascurabile di migranti, purtroppo di difficile quantificazione anche a causa dell’incerto processo di cancellazione delle residenze e dei permessi di soggiorno. Cosicché si conosce solo una piccola parte di una più vasta dinamica di ritorno, silenziosa e non comunicata e ratificata né dalle autorità dei paesi di immigrazione né da quelli di origine, magari perché pensato dai migranti come non definitivo e reversibile, o per loro convenienza a restare «cittadini all’estero» allo scopo di accedere a risorse e programmi pubblici al momento opportuno, oppure perché operati, nel caso dei bi-nazionali, con passaporto del paese di destinazione.

In questo quadro non è facile determinare  la natura dei movimenti di ritorno, dunque distinguere  coloro che rientrano in patria in modo «definitivo» dai senegalesi che utilizzano il rientro come strategia «provvisoria» per far fronte alle difficoltà occupazionali e di reddito in Italia, oppure perché già attivi in forme di lavoro autonomo o di impresa in Senegal. Tuttavia, nonostante le carenze di conoscenza quantitativa e qualitativa sul fenomeno dei ritorni in Senegal, sono molti i segnali e le indicazioni in direzione dell’importanza, dei significati e della strategicità attuale del fenomeno per i migranti senegalesi e per i loro contesti di origine.

 

“Tornare è bello se mantieni i contatti con l’Italia”

La letteratura sulle migrazioni senegalesi ha più volte sottolineato l’attaccamento materiale emotivo e simbolico dei migranti al loro paese (Ceschi 2001; Riccio 2002). Questo attaccamento si evince, ad esempio, dal volume di rimesse inviate verso il Senegal dall’Italia, decisamente superiore a comunità più numerose (Idos 2016) o dalla tendenza a mantenere una famiglia transnazionale piuttosto che ricongiungerla nel paese di destinazione (Beauchemin et alii 2013; Diedihou 2014). Anche le innumerevoli iniziative spontanee a carattere sociale e solidaristico intraprese dalle realtà associative e dalle reti laiche o religiose verso i contesti di provenienza e l’impegno della comunità senegalese all’interno dei processi e delle iniziative di co-sviluppo (Riccio 2011; Ceschi 2012a; Ceschi, Mezzetti 2014; Sica, Caramia 2014; Sinatti 2014,) testimoniano del persistente investimento materiale e emotivo di molti senegalesi nei luoghi di origine, di cui l’intenzione di ritorno, praticata o più spesso dichiarata, è una delle più significative manifestazioni (Ndiaye 2014; Sakho 2014). D’altronde, le dichiarazioni sulla volontà di fare ritorno sono continuamente riproposte dai migranti, insieme ad un ventaglio di espressioni, proverbi e rappresentazioni che si fondano sull’idea del ritorno come la strada maestra per affermare il proprio successo (Castagnone 2013).

In effetti, la possibilità del ritorno o quantomeno la presenza di questo tema sensibile nella testa dei senegalesi è apparsa attuale e diffusa anche durante le diverse attività del Progetto «Ritorno consapevole», che ha aperto diversi cantieri di discussione promovendo o presenziando a diversi incontri con migranti senegalesi, sia spontanei che strutturati, durante i quali la problematica in oggetto è stata diversamente dibattuta.

Bisogna comunque far presente che la grande maggioranza dei migranti contattati nell’attività di ricerca e negli incontri di diffusione erano persone con già alle spalle una storia migratoria di diversi anni: sia per i leader associativi e gli attivisti che per i migranti intervistati con questionario (22 in tutto) si va dagli 8 ai 30 anni di permanenza all’estero, con una media di 16,5 anni in Italia ed una età media di 41,9 anni. Si tratta dunque di migranti «maturi», tutti dotati di permesso o carta di soggiorno (tranne uno, irregolare «di ritorno» ed uno di cittadinanza italiana), tuttavia con un ventaglio di occupazioni abbastanza instabili o comunque raramente continuative e garantite. In 11 casi l’attività prevalente era il commercio, generalmente ambulante, con un unico caso di attività di import/export; in tre casi si lavorava come mediatore culturale/operatore sociale, in due come addetto alla sicurezza; in due casi si godeva invece di assunzioni stabili come responsabile di reparto in un negozio del centro di Roma e come operaio, mentre alcuni altri alternavano lavori più instabili e intermittenti quali magazziniere, attore, sarto, guardiano di notte a periodi di disoccupazione, in un unico caso a carattere quasi cronico; infine l’unica donna del campione era una studentessa universitaria.

Nonostante la ricerca abbia, anche volutamente, intercettato senegalesi non di recente arrivo, la fetta più cospicua di risposte (circa la metà del campione) indicava il ritorno come «un obiettivo ancora lontano nel tempo (3-5 anni)», a fronte di un po’ più di un quarto che lo stava già concretamente preparando (meno di 3 anni), mentre in due casi si trattava di un «evento vicino e imminente» (meno di un anno). Due intervistati hanno invece dichiarato che il ritorno era già in atto, di fatto, in quanto già passavano gran parte del loro tempo in Senegal e vi avevano avviato un‘attività. In un unico caso, infine, il rientro al proprio paese veniva indicato come «una possibilità come un’altra», dunque alla stessa stregua di rimanere in Italia o andare altrove. Se si guarda al tempo trascorso in Italia dai diversi rispondenti, si nota che non ci sono variazioni significative di anzianità migratoria tra chi si appresta al ritorno e chi lo ritiene ancora lontano. Ciò indica che non sembra utile istituire correlazioni meccaniche tra la lunghezza del tempo di permanenza e la probabilità o vicinanza del ritorno, e che la prima non sembra essere una variabile così determinante rispetto alla sua messa in pratica. Piuttosto, una delle pre-condizioni è senz’altro quella delle risorse di cui si dispone e, di conseguenza, anche della propria posizione rispetto alla famiglia e alla comunità circostante:

«Uno dei problemi del ritorno è l’aspettativa, la pressione sociale su chi rientra, che è fortissima. Ritornare con poco o niente è un bel problema. Essere poveri in Senegal è una sfortuna, meglio essere poveri in Italia. (…) Alle volte succede che tu migrante ti accorgi che hai realizzato molto meno di chi è rimasto e che partiva dalle tue stesse condizioni. In questo senso la migrazione è una trappola!» (FG Pigneto 1

Guardando alle motivazioni addotte rispetto al proprio movimento di ritorno, nel 40% dei casi queste appaiono legate a delle interessanti prospettive di rientro in Senegal, nel 22% dei casi sono dovute ad esigenze personali e famigliari, ed in altrettanti a difficoltà lavorative in Italia, mentre nell’11% delle risposte le difficoltà sono di ordine sociale, culturale ed emotivo; infine, solo nel 7,5 delle risposte si dichiarava, unitamente alle esigenze famigliari, che si faceva rientro  perché raggiunti gli obiettivi della migrazione (erano possibili più di una risposta a questa domanda). In un caso si collegava il proprio ritorno alla possibilità di usufruire di programmi di rientro; in un altro si affermava la necessità di fare ritorno «nel proprio ambiente».

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