Le migrazioni di ritorno nell’epoca della mobilità transnazionale. Senegalesi tra immaginario, pratiche e politiche del ritorno


de Sebastiano Ceschi

Da queste risposte si coglie come le esigenze del ritorno siano diversificate e dipendano sia da opportunità che da impedimenti: se non è trascurabile l’incidenza delle difficoltà (soprattutto lavorative) in Italia, gli elementi di attrazione del Senegal sembrano prevalere, sia rispetto a doveri e equilibri famigliari sia, soprattutto, rispetto alle occasioni concrete di trasferirvi opportunità di reddito. Una importante componente degli intervistati, infatti, indica come elemento dirimente della propria decisione di ritorno la presenza di interessanti e reali possibilità di lavoro, elemento su cui molti senegalesi sembravano comunque nutrire forti dubbi al momento della rilevazione. Infatti, interpellati rispetto agli ostacoli percepiti rispetto al rientro in Senegal, un numero importante di risposte si sono orientate verso «la poca fiducia nell’economia e mercato del lavoro senegalese» (25%), a cui andrebbero sommate quelle sulla «mancanza di politiche adeguate per il ritorno da parte del governo senegalese» (14,2%) e sulle «difficoltà di re inserzione lavorativa» (7%), che configurano una metà circa delle risposte che indica come le problematiche del rientro sono fortemente legate allo stato di salute dell’ambiente economico senegalese e alla questione del sostegno istituzionale ai migranti rientrati. Significativo, anche, che quasi un quinto delle indicazioni (17,8%) si siano orientate verso le difficoltà della re inserzione sociale e famigliare, terreno delicato sia per i problemi di richieste e drenaggio di risorse evidenziati più sopra, sia per una più generale difficoltà di chi è emigrato a rientrare in ruoli, situazioni e dinamiche famigliari e lavorative diverse da quelle sperimentate Italia, a dimostrazione che il ritorno può essere anche socialmente più impegnativo e faticoso della partenza (Maitilasso 2012).

In effetti, se l’immagine del migrante sta un po’ cambiando a favore di una maggiore consapevolezza delle realtà dell’Europa, sono anche i migranti stessi a perpetuare l’idea di essere arrivati in un posto con molte opportunità, alimentando in tal modo oscillazioni ed ambiguità sul proprio impegno in Europa. In tal senso la famiglia può essere sia un alleato che un ostacolo nel percorso di ritorno, come ammettono gli stessi senegalesi:

«se la famiglia è un problema oppure un aiuto nel tornare dipende da caso a caso, spesso però il problema è nella nostra testa» (FG Pigneto1).

Altre risposte hanno invece sottolineato una serie di impedimenti dovuti al paese di immigrazione: i problemi della mancata riscossione dei contributi pensionistici (14,2%), l’assenza di politiche adeguate di rientro in Italia (10,7%) e il problema della rinuncia al permesso di soggiorno come condizione del ritorno (10,7%). Complessivamente, se si uniscono le voci riconducibili direttamente o indirettamente all’azione delle politiche del ritorno sia in Senegal che in Italia (programmi adeguati qui e lì e normative amministrative e contributive), emerge che circa la metà delle risposte percepisce come fattore primario l’inadeguatezza del quadro politico-normativo esistente, come verrà sottolineato più ampiamente nel paragrafo successivo.

Ma come è pensato, immaginato e praticato il ritorno dai senegalesi contattati dalla nostra ricerca?

Su 19 risposte, che come si è detto includono persone con diversi gradi di vicinanza/lontananza da  questo evento, 11 dichiaravano di aderire all’idea di un ritorno temporaneo (58%), contro 8 che lo concettualizzavano come definitivo (42%). Da notare che tra il primo gruppo, più della metà ha anche dichiarato di pensare a forme di ritorno «virtuali», cioè caratterizzate da un trasferimento di risorse, competenze e progettualità ma senza comportare una presenza fisica prolungata e prevalente in Senegal. Vi è dunque una prevalenza, tra i nostri intervistati, di coloro che «sposano» una visione più processuale e dinamica di ritorno che, pur implicando spesso un rafforzamento dei propri legami con il paese di origine, non chiuda l’esperienza italiana ma cerchi un equilibrio tra i due contesti di vita, magari mantenendo il proprio baricentro nel paese di immigrazione.

Questa diversità di vedute tra ritorni «transnazionali» e ritorni «locali» non sembra essere chiaramente dipendente dalla situazione famigliare, essendoci persone con familiari in Senegal o in Italia in entrambi i gruppi, né all’età anagrafica dei rispondenti che risulta molto simile: 42,8 anni i primi, 44 anni i secondi. Qualche differenza si riscontra nella durata della permanenza in Italia, 16,9 anni per chi sceglie il ritorno temporaneo, 21,3 anni per coloro che intendono rientrare definitivamente, e rispetto al tipo di impiego lavorativo: nel primo gruppo troviamo professioni più variegate mentre nel secondo, tranne un operaio, sono tutti commercianti. Queste non significative differenze nel nostro ristretto campione, anche se possono forse segnalare qualche pista da approfondire meglio in futuro (ad esempio un evoluzione dell’idea di ritorno nelle diverse generazioni di migranti), confermano come la relazione con il progetto di rientro sia molto più dipendente da variabili soggettive e esperienziali piuttosto che da fattori sociologici o migratori a cui ricondurre in maniera diretta le due tipologie di risposta (per quanto la provenienza urbana o rurale e il livello di educazione, che non abbiamo registrato nelle interviste, potrebbero avere qualche incidenza sul tipo di risposta).

I senegalesi intervistati sembrano invece preferire nettamente un tipo di ritorno spontaneo e individuale (12 risposte su 16, pari al 75%) rispetto a quello organizzato e collettivo, confermando l’inclinazione di questi migranti a fare da soli nella preparazione del ritorno e nella concretizzazione del proprio progetto di rientro in Senegal (tuttavia, come vedremo a breve, qualche segnale in direzione opposta si può cogliere). Questo «pattern» prevalente ancorato ad una visione «eroica» del ritorno, prevede la capacità di costruire con risorse proprie la migrazione di ritorno e di riversarne ricchezze e benefici all’interno dell’ambito famigliare, che resta generalmente il contenitore pratico, emotivo e relazionale principale a cui il migrante aggancia le proprie progettualità e la propria domanda di riconoscimento e prestigio. Significativa in questo senso è la predominanza di risposte che hanno localizzato il rientro negli stessi luoghi della propria partenza rispetto a quelli che scelgono altri luoghi del Senegal (rispettivamente 11 contro 4 su un totale di 15 rispondenti), che indicano chiaramente come l’ambito famigliare e comunitario di partenza è ancora percepito come la propria «casa» a cui fare rientro. A completare questa interpretazione si aggiungono le risposte rispetto all’attività che si vorrebbe intraprendere, in 6 casi su 13 nello stesso settore in cui si lavorava prima di partire o in cui operano i propri famigliari, in 5 casi orientate a trovare impiego nel settore in cui si è lavorato in Italia e in 2 casi in nuovi settori/attività.

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