Le migrazioni di ritorno nell’epoca della mobilità transnazionale. Senegalesi tra immaginario, pratiche e politiche del ritorno


de Sebastiano Ceschi

Entrando più in dettaglio, abbiamo chiesto di specificare i settori in cui si prevede o si è già impegnati a incardinare la propria attività legata al ritorno: in linea con le indicazioni della letteratura e delle politiche pubbliche senegalesi, è l’agricoltura l’ambito decisamente più investito di interesse con 11 risposte su 29 (38%), di cui 3 nell’allevamento; segue il commercio (5 risposte) e l’import/export (3), che insieme raggiungono il 27,5% delle risposte. Significative le 3 risposte avute anche dalla possibilità di svolgere lavori artistici e culturali, mentre 2 intervistati hanno indicato l’artigianato, 1 impieghi pubblici e politici, 1 lavori nell’ambito dell’istruzione o educazione e infine 1 ha genericamente indicato la possibilità di «trovare da vivere legalmente». Anche dalle indicazioni più qualitative è emerso come le attività di produzione, allevamento e commercializzazione in ambito agricolo-rurale siano sicuramente un settore di attrazione forte per i progetti di rientro dei senegalesi (3 su 4 dei senegalesi già impegnati in forme di ritorno avevano avviato attività agricole e/o di allevamento, nello specifico di polli).

Rispetto alle progettualità di ritorno, la gran parte delle risposte si concentrano su forme di lavoro autonomo individuale, in 11 casi coinvolgendo membri della propria famiglia, in 5 invece scegliendo un’attività in proprio senza legami con familiari, mentre solamente due nominano la possibilità di reinserirsi come lavoratori dipendenti (tra l’altro avendo anche opzionato il lavoro autonomo). Se, dunque la formula nettamente preferita dai senegalesi, al netto delle opportunità di reinserimento lavorativo che offre il Senegal, è decisamente quella di crearsi una prospettiva di lavoro e reddito nuova e personale, l’idea di realizzare attività «a cavallo tra Italia e Senegal» (7 risposte) viene considerata una possibilità interessante ed una strategia utile ad affermare la propria iniziativa di ritorno. Questa opzione implicherebbe la possibilità di muoversi continuamente tra i due paesi in modo fisico e/o virtuale, realizzando dunque forme di ritorno transnazionale mantenendo relazioni tra paese di emigrazione e paese di immigrazione. Come è stato detto da un intervistato:

Molti ormai sono italo-senegalesi e concepiscono il ritorno come bello e interessante se mantieni il rapporto con l’Italia. Anche perché così si possono avere più opportunità strategiche. Se il ritorno vuol dire fine della mobilità è un grosso problema (Fg Pigneto1).

Un segnale interessante arriva dalle 5 opzioni cadute sulla prospettiva di avviare attività insieme ad altri senegalesi. Rispetto al modello individuale e microimprenditoriale dominante, è interessante che l’aggregarsi con altri migranti o con senegalesi rimasti in patria venga preso in considerazione da alcuni, nonostante la diffusa mancanza di fiducia cooperativa tra investitori senegalesi e l’assenza di incentivi e politiche per investimenti collettivi. Una tale prospettiva si scontra infatti, in primis, con una difficoltà da tempo evidenziata dai senegalesi di concepire e praticare forme associate di impresa, a differenza invece della facilità di aggregazione riscontrabile nelle mobilitazioni collettive e a carattere solidaristico della comunità rispetto ai bisogni propri e dei connazionali sia in termini di welfare informale o comunitario sia di sostegno alle comunità di provenienza (Ceschi 2012b; Castagnone et alii 2014). Secondo alcuni partecipanti al primo dei focus realizzati al Pigneto, in Senegal queste difficoltà sono state, almeno parzialmente, superate come dimostrano la proliferazione di realtà collettive come i GIE, le cooperative, le mutuelles d’épargne e le federazioni professionali. Secondo i più scettici, tuttavia, si tratterebbe di fenomeni relativamente nuovi ed esterni alla cultura senegalese tradizionale, che ad esempio ha storicamente elaborato altre forme di mutuo aiuto, come le tontines in cui, all’interno di un meccanismo collettivo, la logica è comunque quella dell’azione individuale ed è il singolo ad essere il reale beneficiario del congegno sociale (int. 1) (Lulli 2008). Inoltre, anche coloro che vedono un’evoluzione in senso associato dell’azione economica in Senegal, ritengono che «i migranti diventano individualisti» (Fg Pigneto 1), come se l’aver fatto la migrazione spingesse/costringesse a dimostrare che non si ha bisogno di nessuno, che si va meglio da soli.

D’altra parte, le agenzie internazionali di cooperazione e le istituzioni pubbliche nazionali hanno promosso e sostenuto il modello del ritorno «eroico» del migrante, con risorse proprie e/o da loro fornite da mettere in microimprese a carattere individuale e famigliare. Queste esperienze, anche se fanno guadagnare punti agli occhi di chi è rimasto, sono risultate spesso di breve durata e fallimentari, finendo alla fine per indurre altre partenze:

«tanti sono tornati in Senegal con un progetto, un’attività, poi hanno fallito dopo poco e sono tornati in Italia» (FG Pigneto 1).

Sarebbe invece necessario costruire infrastrutture giuridiche, finanziarie e produttive in grado di favorire convergenze imprenditoriali tra migranti di ritorno e tra questi e realtà senegalesi, in modo da spingere i potenziali investitori ad aggregarsi sulla base di interessi e competenze comuni e complementari, con progettualità simili o in qualche modo collegate tra di loro.

 

Politiche pubbliche e iniziative dal basso: alla ricerca di una convergenza

La problematica del ritorno, sia nella sua versione volontaria che forzata, è diventata ormai centrale nelle politiche migratorie statali e regionali e nelle relazioni internazionali e si intreccia con una geografia più ampia di politiche ed azioni, per lo più restrittive, finalizzate al rafforzamento delle frontiere esterne e interne all’Unione Europea e alla limitazione della mobilità (rimpatrio, trattenimento in paesi terzi, come per l’accordo firmato con la Turchia nel 2016).  Se, indubbiamente, le migrazioni e le politiche del ritorno hanno guadagnato importanza nella attuale scena delle policy internazionali e nazionali (Ferro 2012, Focsiv-Cespi 2014, Commission Européenne 2014), le iniziative ed i programmi finora messi in campo hanno evidenziato, oltre alla mancata corrispondenza con le aspettative dei migranti di cui si diceva più sopra, uno sbilanciamento in favore degli interessi dei paesi di accoglienza rispetto a quelli di origine e ritorno, una propensione più per l’assistenza che per la creazione di sviluppo (scarsa sostenibilità), infine, la mancanza di una visione del ritorno come opportunità per alimentare gli scambi transnazionali.

Infatti, a fronte della problematizzazione del ritorno avanzata dalla ricerca, le azioni delle politiche lo hanno incanalato e rimodellato principalmente in due principali linee di azione: il ritorno come rimpatrio/espulsione, che avviene generalmente senza preparazione né volontà da parte del migrante e solitamente non prevede misure di re-inserzione; il ritorno come opportunità di sviluppo e di miglioramento dei contesti di partenza, fattore di valorizzazione delle risorse e delle capacità dei migranti. Nel primo caso, si tratta di procedimenti amministrativi mirati ad «alleggerire» il paese di immigrazione da persone «in eccesso» che presentano diversi tipi di problematicità di inserimento (irregolari, autori di reati, diniegati) e che, attraverso accordi di riammissione con i paesi di provenienza, vengono espulsi dal territorio nazionale e interdetti al rientro per alcuni anni. Nel secondo caso, attraverso azioni di incoraggiamento e di supporto, si cerca di favorire i ritorni «produttivi» di migranti con capacità finanziarie, umane e sociali acquisite all’estero attraverso programmi di cooperazione internazionali o tramite policy nazionali. I migranti di rientro vengono considerati agenti di sviluppo locale e sono generalmente graditi ai paesi di origine (a differenza dei migranti rimpatriati forzatamente), in quanto apportano risorse proprie e, in alcuni casi, trainano anche altre risorse ed opportunità (fondi pubblici, investimenti privati, future direttrici di interscambio etc.). Non a caso sono numerosi i paesi produttori di flussi migratori ad aver attivato, negli ultimi 20 anni, istituzioni e politiche mirate verso il dialogo con la diaspora e il mantenimento di legami economici, politici e culturali con i propri migranti all’estero, alla ricerca del loro contributo socio-economico al benessere nazionale.

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