Le migrazioni di ritorno nell’epoca della mobilità transnazionale. Senegalesi tra immaginario, pratiche e politiche del ritorno


de Sebastiano Ceschi

I Programmi di ritorno volontario assistito (RVA) finanziati con il fondo rimpatri ora confluito nel FAMI (in inglese AMIF), costituiscono forme di incentivo al rientro su base consensuale rivolto a migranti sia regolari che irregolari che vogliono rientrare attraverso piccole misure di sostegno che si collocano in una zona intermedia tra rimpatri «dal volto umano» e promozione di ritorni «eroici» finalizzati allo sviluppo. Nonostante la crisi economica abbia rinfocolato l’interesse delle policy sul ritorno e quello dei migranti verso forme assistite di rientro (Lagomarsino, Herrera 2015), diversi studi ne hanno sottolineato la problematicità dell’impianto, l’insufficienza degli incentivi e soprattutto i risultati numericamente ridotti di migranti rientrati con queste procedure (Balata 2102; Webber 2010). I nuovi programmi di RVA recentemente avviati e gestiti da consorzi di associazioni e Ong nell’ambito del Fami 2014-2010 (quali ad esempio Ermes 2 e Back to the future), per quanto migliorati rispetto al passato ed allargati a molte categorie diverse di migranti (anche ad esempio a espulsi e diniegati) sembrano risentire comunque dei consueti limiti strutturali di questi programmi  (risorse ristrette da utilizzare in beni e servizi e pochissimo cash; scarso raccordo con le autorità del paese di origine; poca flessibilità e assistenza rispetto a vie diverse dal piccolo aiuto al singolo). In occasione della presentazione del Progetto RVA Ermes 2 presso la sede di Progetto Diritti si è avuto modo di constatare, nonostante il grande e diffuso interesse per la tematica del ritorno, lo scarso appeal che tali misure continuano ad avere sulla gran parte dei senegalesi. Come affermato da alcuni di loro, tali programmi possono interessare coloro che sono in situazione irregolare e dunque potenzialmente interessati a realizzare qualcosa in Senegal vista l’impossibilità di farlo in Italia, oppure chi è già autonomamente operativo in direzione del ritorno e necessita solo di «un aiutino finale», ma difficilmente possono agganciare quelli che il ritorno lo vogliono ancora costruire (Focus Pigneto 2). D’altronde, anche dai questionari, è emerso come ben 12 su 19 risposte indicavano la preferenza dei migranti per forme di rientro non assistite, confermando la ancora persistente tendenza al ritorno solitario e «nascosto». Rispetto alle misure di cui si avrebbe bisogno, oltre alla scontata prevalenza dei finanziamenti al proprio progetto di rientro (38,7% del totale), si è  evidenziato un ventaglio più ampio di richieste: dalla preparazione professionale adeguata (16%) al miglioramento dei contatti con le istituzioni senegalesi (16%), dall’assistenza nelle pratiche di rientro alla possibilità di stipulare collaborazioni o contratti con realtà lavorative senegalesi (6,5% entrambe), fino ad indicazioni di più grande interesse prospettico: in almeno tre casi, infatti, l’opzione selezionata è stata quella di «iniziative collettive di rientro organizzato» (9,5%). Se a questo si aggiungono due intervistati che hanno dichiarato di voler «realizzare un progetto con altre persone» e «partecipare alle politiche del ritorno», si può comunque intravedere una componente di migranti che sembra ricettiva verso forme di attivazione e di realizzazione del ritorno diverse dalla soluzione individuale e più tradizionale.

Sicuramente, anche agli occhi dei migranti stessi – per un verso colpiti dalla crisi economica e occupazionale e dal generale peggioramento del rapporto qualità-prezzo dell’immigrazione e per l’altro, ove possibile, ri-attratti da condizioni economiche più favorevoli nei contesti di origine (ed in parte anche solleticati dal discorso e le iniziative sul rientro) – la prospettiva del ritorno è diventata più attuale e strategica che in passato. Per la comunità senegalese in Italia, già da molti anni impegnata a facilitare, soprattutto attraverso iniziative informali e collettive, forme di ritorno di risorse (rimesse finanziarie, beni di prima e seconda necessità, competenze e tecnologie) e di determinate categorie di persone (connazionali in difficoltà, emergenze sanitarie individuali, rimpatrio delle salme) (Castagnone et alii 2014; Ceschi 2012b), la questione del rientro in Senegal è emersa come sempre più estesa e dibattuta dai migranti e all’interno delle associazioni. In parallelo con la gestione di casi specifici individuali di rientro «obbligato» o con le iniziative filantropico-comunitarie indirizzate, in parte, anche a preparare il ritorno nei luoghi di origine, le realtà organizzate senegalesi hanno progressivamente allargato il proprio raggio di riflessione e di azione, considerando il ritorno come sempre più una possibilità potenzialmente aperta a tutti, su cui attivarsi in misura sempre maggiore attraverso pratiche ed iniziative dal basso.

Che sia messo in pratica solo come rifugio temporaneo dalla disoccupazione, oppure vissuto attraverso un costante va e vieni, oppure preparato per durare nel tempo, il rientro in Senegal sta toccando un numero crescente di persone. Sullo stimolo della propria comunità, si stanno sviluppando una serie di idee e di proposte che meriterebbero una specifica attenzione e di cui questa ricerca non ha potuto che intercettare qualche esempio.

Il primo esempio è attinto dal mondo lavorativo e imprenditoriale: una realtà di impresa a cavallo tra Italia e Senegal (anche rispetto alle persone coinvolte) sta cercando di mettere in piedi corridoi di cooperazione economica e investimento tra i due paesi. Oltre al supporto alle imprese straniere che vogliono investire in Senegal, l’agenzia EASA e la sua costola IMDC si propongono come strutture di riferimento per la diaspora ed i suoi investimenti, prospettando possibilità sia di investimenti diretti da parte dei migranti a cui l’agenzia fornisce supporto (studio di fattibilità, business plan, partecipazione al capitale del 15%, management dell’attività), sia di investimento indiretto di capitale in attività agricole remunerative da questa realizzate (intervista 1).

Il secondo riguarda il livello associativo: l’associazione dei senegalesi di Santa Croce sull’Arno, nata dalla confluenza di due precedenti associazioni in conflitto e che raccoglie circa 250 iscritti, nell’ambito delle proprie variegate attività ha deciso di reagire alla spinta al ritorno mostrata dai propri soci elaborando diverse iniziative: una pagina facebook intitolata «L’heure des projets de retour» in cui vengono raccolte e raccontate le «difficoltà e bellezze» del ritorno e si possono confrontare le diverse esperienze di rientro dei senegalesi, non trascurando quelle fallite e concluse diversamente dalle proprie intenzioni; un progetto di sportello di orientamento per i senegalesi di ritorno che possa informare e direzionare gli interessati, anche attraverso la collaborazione con attori del territorio quali il comune di Santa Croce e la CGIL ed i contatti presi con il direttore dei Senegalesi all’estero, al fine di verificarne la realizzabilità in quanto filiale locale dell’ufficio BASE, recentemente inaugurato a Milano; infine, la concezione di un’agenzia per gli investimenti che possa aggirare il problema dei fallimenti precoci delle attività dei migranti occupandosi di avviare lei l’impresa ad un migrante ancora residente in Italia, che farebbe ritorno dopo due anni ad attività già in qualche modo consolidata (intervista n. 2).

Queste diverse proposte, al momento della ricerca ancora assolutamente embrionali, testimoniano tuttavia di un quadro dinamico in cui il ritorno è diventato un tema collettivo e politicamente rilevante all’interno del quale le realtà dei migranti stanno intensificando le relazioni con i programmi e gli attori pubblici e privati impegnati nell’attrazione dei migranti di ritorno.  Al tempo stesso, sembra crescere l’interesse e la propensione dei migranti per forme di ritorno alternative a quelle finora prevalenti, cercando di esplorare strade più creative e variegate in cui si possano costruire alleanze con altri migranti in fase di rientro o già rientrati, forme cooperative di interscambio tra paese di emigrazione e di immigrazione, investimenti di ritorno diretti ed indiretti, attività strutturalmente transnazionali.

Sembra dunque esservi un terreno maturo per politiche e pratiche più «consapevoli» che sappiano leggere meglio come le realtà del ritorno siano ben più complicate e «contestate» rispetto al modo in cui sono state finora affrontate (Sinatti 2014) e vadano gestite tenendo conto di tutti i diversi fattori critici che i migranti ed i loro paesi devono assumersi e saper gestire rispetto al ritorno: un’adeguata preparazione, un progetto di rientro sostenibile, il confronto tra aspettative, realtà locali e impegni istituzionali, il processo di re inserzione famigliare economica e sociale, la reversibilità delle scelte e il mantenimento della relazione con il paese da cui si ritorna.

Dovrebbe essere obiettivo delle politiche, in tal senso, cercare convergenze e sinergie tra le differenti aspirazioni, bisogni e temporalità che caratterizzano i diversi attori implicati dalle migrazioni di ritorno, per diffondere un approccio centrato sui migranti e le loro comunità che sappia, da una parte, interpretarne le istanze in termini di diritti, sicurezza, opportunità e sostegno transnazionale e, dall’altra, stabilire corridoi di relazioni bilaterali e multilaterali tra stati in grado di sostenere politiche capaci di  garantire la portabilità dei diritti sociali (in primis le pensioni), di rinforzare la rete di attori implicati, le competenze sul tema e l’accessibilità dei servizi, di valorizzare il capitale umano e relazionale dei migranti di ritorno.

In sostanza quello del ritorno è un terreno fertile sul quale promuovere collaborazioni più efficaci e consensuali tra stati di origine e di destinazione e valorizzare tutte quelle pratiche dal basso che hanno già intrapreso questa strada.

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