Un censimento generale delle esperienze europee


Il ritorno dei migranti in patria è sempre stato un elemento integrato della politica migratoria perseguita dalla UE.  Negli ultimi anni si è posta enfasi sui programmi di ritorno volontario, destinati tanto ai migranti irregolari (in quanto tali passibili anche di un”ritorno forzato”) quanto a quelli che, pur in possesso di un permesso di soggiorno, stabiliscono autonomamente di porre fine all’esperienza migratoria e di tornare nel paese di origine.

Tutti i paesi della UE prevedono nei rispettivi ordinamenti delle forme di ritorno volontario e di assistenza in favore dei migranti che intendono avvalersi di tali incentivi. La maggior parte degli Stati Membri (tra cui l’Italia) hanno delle specifiche previsioni legislative in tal senso contenute in testi di legge più ampi; invece la Francia, l’Olanda e il Belgio hanno delle cornici  normative espressamente dedicate ai ritorni, anche la Spagna ha approvato per legge nel 2008 un Piano per il ritorno volontario dei lavoratori extra –UE. Le politiche di ritorno sono viste come dei cardini essenziali per le politiche di immigrazione e di asilo, e in tale contesto il ritorno volontario è certamente ritenuto preferibile rispetto a ogni forma di ritorno coattivo.  La principale ragione di preferenza per il ritorno volontario è legata ai suoi minori costi e al fatto che il ritorno nel proprio paese avviene in condizioni maggiormente dignitose e umane. Si calcola che ogni anno vengano eseguiti circa 26.000 rimpatri in forma assistita a fronte di circa 180.000 rimpatri coattivi (sono invece circa 400.000 le espulsioni ordinate ogni anno ma non tutte vengono effettivamente eseguite).

I vari programmi nazionali, pur diversi tra loro, presentano alcune costanti: 1) molta importanza viene data al colloquio pre-partenza, che serve da orientamento al migrante e da panoramica generale sulle opportunità che il sistema mette a disposizione e sui documenti necessari per accedervi (in Austria  ad esempio sono previsti un minimo di tre incontri e un massimo di cinque, nel corso dei quali vanno esplorate accuratamente le prospettive del migrante in caso di permanenza, da comparare con le sue possibilità in caso invece di ritorno in patria); 2)  si passa poi all’organizzazione materiale del viaggio, che in alcuni casi può richiedere la mobilitazione di competenze specialistiche (l’Irlanda accorda ad esempio, in alcuni casi, l’accompagnamento da parte di un medico, di un infermiere o di un assistente sociale secondo le necessità); 3)  sono previste infine delle misure di incentivo e di sostegno materiale.

A tale ultimo proposito si distingue tra contributi post-ritorno (erogati una-tantum di ammontare pari a qualche centinaio di euro, destinati a soddisfare le prime esigenze di base) e contributi per la reintegrazione, che hanno una durata più lunga, anche di un anno e più, e che riguardano il sostegno abitativo, le cure mediche, l’impiego e l’auto-impiego. Nella maggioranza dei casi l’attivazione e l’entità di queste prestazioni dipendono dai singoli programmi, ad esempio l’Austria ha realizzato un progetto destinato alla diaspora nigeriana che contemplava un supporto nel reperimento di un impiego mediante una collaborazione tra servizi di collocamento austriaci e  imprese nigeriane.

I programmi qui descritti, pur accompagnati da misure di natura promozionale, non superano alcuni limiti dovuti alla loro origine e al loro scopo prioritario, che è quello di contenere l’immigrazione e di fungere da alternativa alle vere e proprie espulsioni coattive.

Link esterni

Programmes et strategies a fin de favoriser les retours assistes et la reintegration des migrants originaires des pays tiers