Il ritorno tra transnazionalismo e “co-sviluppo”


A partire dagli anni Ottanta le agende, scientifiche e politiche, promosse e finanziate dalle principali agenzie transazionali (ONU, OIL, OIM, FMI), anche al fine di lottare contro l’incremento di quella che veniva definita “immigrazione clandestina”, si sono incentrate sul nesso migrazione-sviluppo. Sintetizzando, la persona migrante in regola con i permessi di soggiorno, che continua a mantenere nella sua esperienza d’immigrazione legami sociali e, soprattutto, rapporti economici e lavorativi con la comunità d’origine, veniva progressivamente chiamata ad assumere non solo il ruolo di imprenditore di sé stesso ma anche di agente di sviluppo per il paese di origine e di emigrazione. I singoli governi dei paesi d’emigrazione e d’immigrazione iniziano quindi, soprattutto a partire dagli anni 2000, ad attuare politiche volte ad accompagnare e dirigere le pratiche economiche e finanziarie di questi cittadini “transmigranti”. La cosiddetta “diaspora senegalese” sembra ben corrispondere a tali esigenze.

A ragione della storia stessa dell’emigrazione senegalese infatti, micro-progetti di co-sviluppo sono “da subito” avviati da cittadini e cittadine senegalesi in Italia, organizzati in diversi modi e su diverse scale (associazioni di promozione sociale, dahira, GIE, ecc.), anche coinvolgendo in alcuni casa la società civile e le amministrazioni locali italiane. Gli ambiti di intervento in Senegal di questi ressortissants sono molteplici: dal finanziamento di piccole indispensabili infrastrutture (es. pozzi in singoli villaggi), all’implementazione di veri e propri servizi di welfare (es. reparti di ospedali nella città di Touba). La capacità di attivare progetti di questo tipo dipende chiaramente dalle condizioni socio-economiche in cui le e i cittadini senegalesi versano nel contesto di emigrazione. D’altro canto le singole iniziative imprenditoriali “trasmigranti” dipendono non solo dalla possibilità effettiva di immettere capitali economici significativi all’interno dei campi sociali transnazionali, ma anche dal potere di gestione su di questi.

In ogni caso nell’ultimo decennio si registra in Senegal la volontà governativa di re-indirizzare le rimesse dalla riproduzione delle unità domestiche verso i settori produttivi, e, in Italia, l’avvio di progetti finanziati dalla cooperazione allo sviluppo del governo italiano e da altri enti volti a sostenere e a garantire finanziariamente le attività imprenditoriali transnazionali della cosiddetta “diaspora senegalese”. Non sfugga che questo si accompagna al progressivo diminuire delle risorse economiche indirizzate dagli stati-nazione europei verso il settore della cooperazione internazionale.

In questo slittamento della governance della migrazione attorno al nesso migrazione-sviluppo, anche il momento del ritorno “definitivo” diventa centrale e necessita di programmi di accompagnamento specifici: questo dev’essere incoraggiato e promosso come un ritorno di tipo sostanzialmente imprenditoriale e la persona migrante va aiutata nello sviluppare le competenze relative. Tale tipo di approccio si rivelerà tutt’altro che efficace.

Allegati